Il concerto di Giovanni Allevi al Teatro Dal Verme: dalla fragilità alla rinascita, tra pianoforte, orchestra e parole sincere, la musica diventa cura, resistenza e possibilità di gioia.
Il 9 gennaio, Giovanni Allevi è tornato sul palco del Teatro Dal Verme regalando a Milano un concerto straordinario. Un percorso di emozioni, una sorta di viaggio filosofico e umano, capace di attraversare il dolore, la fragilità e infine la gioia più autentica. Un concerto intenso e necessario.
Fin dalle prime note di “Aria”, Allevi chiarisce subito la direzione della serata: la musica come respiro, come spazio di libertà. Il compositore racconta la grinta e la forza di non darla vinta a un destino avverso. È una dichiarazione potente, soprattutto alla luce del percorso personale che Allevi non nasconde mai, anzi trasforma in materia viva, sonora, condivisa.
C’è spazio anche per lo sguardo al passato, con “Japan”, composta all’età di 17 anni, quando, come lui stesso racconta, si sentiva “spaesato”. Un brano che oggi suona quasi come una fotografia ingiallita, ma ancora pulsante, capace di dialogare con il presente. E poi “Kiss Me Again”, introdotta con parole che restano addosso: “Vita che mi sfuggi, dammi ancora un altro bacio”. È qui che il concerto inizia a farsi confessione.
Dal silenzio alla gioia
In “Qui danza”, Allevi cita il diritto e la filosofia di Hegel, ricordandoci come anche il pensiero possa diventare movimento, ritmo, corpo. Con “Ti scrivo” il pianoforte si fa lettera aperta: “tutti abbiamo nel cuore una persona a cui avremmo voluto dire qualcosa”. In platea il silenzio è denso, carico di storie personali che si sovrappongono alla musica. Gli applausi sono tanti.
Uno dei momenti più riflessivi arriva con “Our Future”. Allevi parla di progresso, di come abbiamo scambiato l’avanzamento tecnologico per un’evoluzione dello spirito, mentre in realtà una “cappa” sembra soffocarci, allontanandoci dal contatto con ciò che siamo davvero. La musica diventa invito a togliere quella cappa, a ritrovare il segreto della felicità. “Tomorrow” prosegue su questa linea: il presente come un domani allargato, un tempo fluido in cui tutto è ancora possibile.
Con “My Angel” l’atmosfera si fa intima, quasi sospesa. Entrano gli archi dell’orchestra singonica italiana. Inizia “Sunrise”, uno dei brani più luminosi della serata. Allevi racconta l’alba come metafora dell’incertezza: nessuno sa cosa accadrà domani, e proprio per questo esistono infinite possibilità, anche quelle positive. È una visione che commuove, perché nasce da una consapevolezza profonda del buio.
La gioia come atto di resistenza
Le sorprese non sono finite. Arriva “Joie de vivre”, concerto per Chitarra e Orchestra in tre movimenti che racconta un percorso interiore: dal gelo razionale del primo movimento – ispirato a una reazione di difesa, lucida e quasi bachiana – al lirismo del secondo, fino all’esplosione dell’allegro finale, vera e propria rappresentazione musicale della gioia di vivere. Allevi la definisce “uno degli ultimi fiori nati sulla strada della sofferenza e della malattia”, e l’orchestra, che entra e si gonfia soprattutto negli archi, rende tutto ancora più potente.
Accanto a lui, sul palco, Giulio Tampalini alla chitarra, mentre il compositore Allevi dirige. Da “Come sei veramente” – brano che ricorda come solo chi ama può vedere davvero l’altro – fino a “Back to Life”, “Prendimi” e il finale con “A Perfect Day”, il concerto si chiude come un cerchio perfetto. Quando l’ultima nota svanisce, resta una sensazione rara: quella di essere stati parte di qualcosa di vero. Non eclatante, come insegna la sua “Sinfonia of Life”, ma fatto di piccole cose, di emozioni condivise. E forse, proprio per questo, indimenticabile.
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