I legami tra il centro Mariam e la rete indagata per terrorismo
Dietro la facciata di un centro culturale storico, nato nel 2008 nel cuore di via Padova, si intrecciano legami ambigui che portano dritti al cuore dell’inchiesta sulla “cupola di Hamas” in Italia. La Moschea Mariam di Milano è finita sotto i riflettori per la stretta collaborazione con la Abspp (Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese), l’organizzazione guidata da Mohammad Hannoun utilizzata, secondo gli inquirenti, come paravento per finanziare il gruppo terroristico palestinese.
L’attività caritatevole del centro, apparentemente rivolta al sostegno dei profughi e degli orfani di Gaza, nasconde indizi inquietanti. Nelle campagne di raccolta fondi della moschea compaiono infatti i loghi, i recapiti e persino le medesime causali bancarie — come il “Progetto pasti caldi” — già mappate dagli investigatori nelle mani di Hannoun e soci.
I sermoni “incendiari” e il denaro verso l’estero
Non sono solo i flussi di denaro a preoccupare, ma anche le frequentazioni. Il 2 febbraio 2025, la moschea ha ospitato per la preghiera del Magrib lo sceicco Riyad Al Bustanji. Membro del comparto estero di Hamas, Al Bustanji è considerato dagli inquirenti una figura chiave della cellula italiana: l’uomo che, spostandosi tra la Norvegia e la Giordania, avrebbe trasportato personalmente all’estero i contanti raccolti durante i suoi sermoni radicali nelle moschee italiane.
Mentre la locandina dell’evento confermava esplicitamente la collaborazione tra il centro Mariam e la Abspp, resta aperta la domanda cruciale: siamo di fronte a un semplice luogo di culto o a un avamposto del radicalismo islamico a Milano?
La battaglia legale: ricorsi al Riesame
Nel frattempo, il fronte giudiziario si scalda. I legali di Mohammad Hannoun e degli altri otto indagati hanno annunciato il ricorso al tribunale del Riesame. Il termine ultimo per il deposito degli atti era ieri, 7 gennaio 2026. Si vedrà dunque se le difese avranno formalizzato la richiesta di annullamento o attenuazione delle misure cautelari disposte dal GIP, contestando l’impianto accusatorio che vede i loro assistiti come i finanziatori del terrore in Italia.
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