Proponiamo una delle storie più toccanti pubblicate nel 2025 dal Corriere della Sera. Un racconto che ha scosso l’opinione pubblica per la crudezza del cortocircuito burocratico e umano che descrive.
Per cinque mesi Katia ha cercato suo fratello Ivan tra i cespugli di Rogoredo, nei sottopassi e nelle mense dei poveri. Mostrava una foto con la barba e i tatuaggi, ripetendo a chiunque che, se fosse successo qualcosa, quell’uomo aveva una famiglia che lo aspettava. Ma Ivan, 34 anni, era già morto: il suo corpo è rimasto nell’obitorio di Milano come “non identificato” dal 5 aprile al 22 settembre, nonostante le denunce e le descrizioni precise fornite dalla sorella.
Una discesa nel buio tra droga e fragilità
La storia di Ivan, riproposta tra gli articoli più letti del Corriere dello scorso anno, è il ritratto di una fragilità che non ha trovato rete di salvataggio. Arrivato dalla Russia nel 2001, Ivan aveva provato a costruirsi un futuro come tatuatore, ma a 25 anni era caduto nel tunnel dell’eroina. Alla dipendenza si erano aggiunti gravi problemi psichiatrici, le allucinazioni e una violenza domestica che aveva reso la vita in casa un inferno.
Nonostante le richieste di aiuto della famiglia, le istituzioni non erano riuscite a offrire una soluzione adeguata per la sua “doppia diagnosi”. Dopo il suicidio della madre, sfinita dal dolore e dalle ricerche ai margini dei binari, Katia era rimasta l’unico legame di Ivan con il mondo.
Il tragico errore burocratico
Il dramma nel dramma è il silenzio durato 140 giorni. Ivan era stato trovato agonizzante sotto un ponte al Corvetto poco dopo la sua scomparsa; era morto in ospedale cinque giorni dopo. Sebbene il suo corpo portasse segni distintivi chiari — un Joker sul braccio e una nuvoletta sulla mano — nessuno ha incrociato questi dettagli con i volantini e le segnalazioni che Katia continuava a distribuire in tutta la città.
La denuncia di Katia: «Invisibile anche da morto»
Il riconoscimento è avvenuto solo a settembre, ponendo fine a una ricerca straziante ma aprendo una ferita profonda sulla gestione degli “invisibili” nelle nostre città. «È come se non contasse, come se anche da morto fosse rimasto invisibile», ha dichiarato Katia. La sua testimonianza rimane un monito contro l’indifferenza: la storia di un ragazzo che non era davvero scomparso, ma era stato semplicemente dimenticato dal sistema in un cassetto dell’obitorio.
Una riflessione necessaria
La vicenda di Ivan non è solo il racconto di una tragedia individuale, ma solleva interrogativi profondi sull’efficacia dei protocolli di identificazione e sulla comunicazione tra ospedali, obitori e forze dell’ordine. Quando i segni distintivi di una persona — come i tatuaggi descritti ripetutamente in una denuncia di scomparsa — non vengono incrociati con i dati dei corpi non identificati, il rischio è che l’invisibilità sociale si trasformi in una definitiva cancellazione dell’identità. Resta aperta una domanda: quante altre “ombre” attendono un nome in un cassetto, mentre qualcuno, fuori, continua a cercarle?
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