Ritorno al futuro: i piani dimenticati di Expo che potrebbero salvare la Milano di oggi

Milano

A dieci anni dall’Esposizione Universale, Milano si interroga spesso sul proprio futuro urbanistico e infrastrutturale, dimenticando che molte delle risposte alle sfide odierne erano già state scritte nei dossier di candidatura di Expo 2015.

Dalla “fantomatica” linea M6 verso Ripamonti alle Vie d’Acqua rimaste incompiute, fino al tunnel stradale Linate-Rho, l’eredità dell’evento non è fatta solo di ciò che è stato costruito, ma anche di grandi opere e modelli operativi finiti nel dimenticatoio. Non si tratta solo di cemento e binari: il vero rimpianto risiede in quel clima di “burocrazia zero” e cooperazione tra pubblico e privato che permise alla città di correre.

Di seguito pubblichiamo l’articolo di MilanoCittàStato che analizza questi progetti «dimenticati» che oggi tornerebbero molto utili alla città.

 

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I progetti «dimenticati» di Expo che oggi servirebbero a Milano

Nel dossier di candidatura erano contenuti progetti che non hanno mai visto la luce. Non solo: durante la preparazione dell’evento si sono applicati strumenti operativi che sono stati poi abbandonati. E pensare che molto del progetto potrebbe essere utile nella Milano di oggi.

# La M6 verso Ripamonti

 

 

Il Giornale – Percorso ipotizzato nuova M6

Nel dossier di candidatura di Expo 2015 comparivano M4 e M5 come linee strategiche da completare entro l’apertura dell’Esposizione, a rafforzamento dell’accessibilità metropolitana e dell’immagine di una città in espansione infrastrutturale. La prima è arrivata per intero solo a fine 2024, la seconda ha aperto le ultime fermate alla fine dell’evento e senza un deposito treni. Accanto a queste opere, destinate poi a essere realizzate seppur con forte ritardo, era prevista anche una nuova linea indicata come M6.

In una prima impostazione veniva concepita come prosecuzione verso ovest dell’attuale M5, mentre in una fase successiva assumeva la forma di uno sbinamento del ramo sud-ovest della M1, con direttrice verso Ripamonti. Il progetto avrebbe consentito di alleggerire i rami più carichi della rete esistente, servire aree allora prive di metropolitana e creare un nuovo asse nord-ovest/sud della città. L’ipotesi fu abbandonata ufficialmente dopo il 2009, quando parte delle risorse previste vennero dirottate sulla ricostruzione post-sisma in Abruzzo. Oggi si potrebbe riprendere per farla arrivare fino a Opera/Locate Triulzi, dove il governo vorrebbe costruire la stazione dell’alta velocità Milano-Genova.

# La Via d’Acqua

 

 

Vie dell’acqua

Tra i progetti simbolo di Expo figurava la cosiddetta Via d’Acqua, pensata come infrastruttura ambientale e di mobilità lenta su scala metropolitana. Il disegno originario prevedeva un sistema continuo di circa 20 chilometri dal Canale Villoresi al Naviglio Grande, con attraversamento diretto del sito espositivo. Il canale sarebbe stato navigabile tramite battelli e affiancato da percorsi ciclopedonali continui lungo le alzaie, con l’obiettivo di ricucire il sistema idrico storico con le nuove urbanizzazioni. In fase di realizzazione il progetto è stato quasi interamente stralciato: sono stati costruiti solo circa 8 chilometri di piste ciclabili e il corso d’acqua è stato ridimensionato rispetto alle ipotesi iniziali. L’idea di una dorsale blu metropolitana è rimasta incompiuta.

# Il tunnel Linate–Expo

tunnel

 

 

Il progetto per potenziare l’offerta di mobilità tra Linate e la Fiera

Nel pacchetto delle opere previste per l’Esposizione era inserito anche un tunnel stradale di collegamento diretto tra est e ovest della città. L’infrastruttura avrebbe dovuto estendersi per 14,5 chilometri dall’aeroporto di Linate all’area Expo, con un tracciato principale di 12,5 chilometri e 13 uscite urbane intermedie. Il progetto nasceva per potenziare l’accessibilità al sito espositivo e ridurre la pressione sul sistema viario di superficie. Proposto durante la giunta Albertini, venne congelato dall’amministrazione Moratti e infine stralciato definitivamente con la giunta Pisapia. Il costo stimato era di circa 2 miliardi di euro, con una copertura pubblica prevista pari al 40%. Un’infrastruttura pensata per intervenire direttamente sui flussi di attraversamento urbano, oggi ancora affidati in larga parte a strumenti di limitazione del traffico.

# Il clima di cooperazione pubblico-privato attorno all’evento

 

 

Credits Andrea Cherchi – Albero della vita in funzione

Accanto ai progetti infrastrutturali, Expo generò un clima operativo inedito per la città. La preparazione dell’evento fu accompagnata da un’atmosfera di collaborazione più diretta tra amministrazione, operatori economici e cittadini, favorita da una scadenza non rinviabile e da un obiettivo condiviso. In quella fase molte dinamiche conflittuali tipiche dei grandi interventi urbani vennero sospese, lasciando spazio a una percezione diffusa di libertà d’azione e responsabilità collettiva, con un livello di partecipazione e coinvolgimento mai visto prima. Un contesto eccezionale, strettamente legato alla natura temporanea dell’evento, che non si ripresentato nemmeno con le Olimpiadi Invernali 2026.

# La stagione magica della “burocrazia zero”

 

 

Burocrazia zero

All’interno del sito Expo era attivo un regime normativo speciale che consentiva di costruire, aprire cantieri e avviare attività con procedure fortemente semplificate. Le autorizzazioni erano concentrate, i tempi certi e i passaggi amministrativi ridotti al minimo. Questo assetto permise di rispettare il cronoprogramma e di generare occupazione in tempi rapidi, dando concretezza al concetto di “burocrazia zero”. Con la chiusura dell’Esposizione, quel modello straordinario è stato smantellato e non è mai stato esteso al resto della città. La sua estensione avrebbe potuto attenuare l’impatto della bufera giudiziaria sull’urbanistica milanese: non solo un clima di cautela negli uffici, ma anche provvedimenti e verifiche che, tra richieste di atti, sospensioni e in alcuni casi sequestri, hanno rallentato o interrotto iter autorizzativi e cantieri già avviati.

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