L’importanza di educare al pensiero critico nell’era digitale

Società

Siamo sommersi dall’eccesso di informazioni. Se non possediamo gli strumenti intellettuali per discernere tra la miriade di contenuti, vagliando le fonti, verificando la loro attendibilità, sapendo distinguere ciò che è veramente interessante e originale da ciò che è risaputo e infine avere la capacità di distinguere le notizie vere da quelle false, siamo persi. Paradossalmente, da quando le notizie sono troppe, anneghiamo nella disinformazione. Questo ci rende deboli e ci getta in pasto al più forte. Solo il pensiero critico, che si acquisisce in anni di studio, ci può salvare. 

L’educazione al pensiero critico dovrebbe avvenire a scuola, in primo luogo attraverso le materie che insegnano a ragionare, come la filosofia, il greco, il latino, la matematica, la geometria. Invece, queste ultime due materie sono mantenute perché utilizzate nella loro forma applicata, mentre la filosofia e le lingue dell’antichità classica sono insegnate sempre meno e, in ogni caso, si attribuisce loro un’importanza sempre minore. Non solo, lentamente perdono terreno in confronto alle materie scientifiche, le loro ore di lezione vengono ridotte sempre di più e i programmi ministeriali tendono a schiacciarle. Forse si giungerà a una cancellazione di queste materie perché – è un’idea diffusa da molto tempo – non servono a niente. Certamente, non servono a nulla di pratico. Peccato però che insegnino a pensare e a discernere, a ragionare e riflettere in autonomia, il che è inviso ai poteri forti.

Durante l’edizione 2024 del Festival della Filosofia, Umberto Galimberti ha offerto una prospettiva provocatoria sul tema dell’educazione. Il Professore ha evidenziato che l’etimologia della parola “problema“, deriva dal greco proballein, traducibile come “gettare avanti un’ipotesi“. Questo suggerisce che la scuola dovrebbe essere un luogo di interrogazione e di ricerca di soluzioni. Tuttavia, i programmi ministeriali soffocano volutamente il pensiero critico perché esso pone degli interrogativi e quindi genera problemi. Di conseguenza, meglio evitare lo studio della filosofia e delle lingue classiche, in modo da evitare i problemi. Meno si pensa, meglio è. 

Citando Nietzsche, Galimberti ha avvertito che quando l’umanità si trasforma in un gregge, essa cerca un “animale capo” per guidarla. Si vuole mettere in guardia contro il rischio di una società che si allontana dalla riflessione individuale e dalla capacità di pensare autonomamente. Il Professore ha esortato a prestare attenzione alla direzione in cui si sta muovendo l’istruzione, sottolineando che un’educazione che non stimola il pensiero critico rischia di diventare un mero strumento di controllo sociale. 

Si è poi messo l’accento sull’importanza del simbolo nel suo significato originario di “unione”, richiamando un’antica tradizione greca: quando due amici o due famiglie si separavano, rompevano un piatto o una scodella in due, e ciascuno ne portava con sé una metà. Quando si ritrovavano, unendo le due metà, ricomponevano l’oggetto e, simbolicamente, la loro amicizia. La metafora evidenzia l’importanza della connessione e della ricomposizione delle relazioni umane. Galimberti ha poi citato Aristofane, per cui “nessuno di noi è un uomo, ma è il simbolo di un uomo, una metà dell’uomo”. Le sue parole invitano a riflettere sull’idea di un “uomo originario”, suggerendo che la nostra identità è intrinsecamente legata agli altri e alle relazioni che costruiamo. La scuola, quindi, dovrebbe essere un luogo in cui si promuove la costruzione di legami autentici tra le persone, piuttosto che essere un ambiente che favorisce l’isolamento e l’omologazione. Questo avviene purtroppo sistematicamente attraverso la disumanizzazione informatica, dalla lavagna che riproduce lo schermo di un pc, al registro elettronico, all’ammissione dei cellulari, ora ridotto all’intervallo, in cui i ragazzi, al posto che comunicare tra loro, si incollano immediatamente al loro piccolo rettangolo luminoso, in totale dipendenza da esso, dopo le ore di forzata astinenza delle lezioni. 

Stiamo quindi andando verso una direzione molto pericolosa, in cui si favorisce l’appiattimento delle menti invece di esaltare l’unicità dell’individuo. Urge rivedere questo modello di scuola e dare una impostazione problematica all’educazione.

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