MilanoPost Europee 2024, non tutti vincitori

No, stavolta non hanno vinto tutti

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Una delle critiche più diffuse, e solitamente ingenerose, fatte ai partiti politici è che la notte dello spoglio alla fine abbiano vinto tutti. Come se di fondo ci fosse una gara a prendere in giro l’elettore. Ecco, buona parte del problema sta nel sistema proporzionale. Che, di fatto, non proclama un vincitore, ma produce una classifica. E siccome come uno si classifica è una sconfitta solo se si aspettava di più e meglio, capite bene che la confusione sia normale. Stavolta, per fortuna, abbiamo però alcuni punti che ci possono far dichiarare almeno sei sconfitti senza timore di smentita:

  1. Matteo Renzi, Carlo Calenda ed Emma Bonino. Indubbiamente e a vario titolo tra i perdenti della lunga notte elettorale. In particolare Stati Uniti d’Europa, la lista di scopo di Renzi e Bonino, aveva goduto di sondaggi altissimi, altissime aspettative e immotivato ottimismo sulla performance. Il cui risultato finale, senza eletti, fa capire che nel gioco delle aspettative puntare troppo in alto è deleterio. Calenda invece è semplicemente troppo perso nel gorgo del suo ego. Non da oggi, peraltro.

  2. La Lega. Dal momento in cui, dopo aver votato, Matteo Salvini ha dichiarato che avrebbe battuto Forza Italia è apparso chiaro che il suo partito era diretto di gran carriera contro un muro. Non per nulla, ma mettere delle condizioni di vittoria così specifiche a poche ore dal momento della verità ti chiude ogni possibilità di fuga. Ora Salvini si trova tra un Bossi che lo ha scaricato e un Generale ambizioso che ne detiene il 25% totale dei voti. Non un bel posto per lui o per il suo partito.

  3. L’internazionale sovranista. In questo momento il grande successo di Le Pen e AfD rischia di dimostrare come, alla prova dei fatti, pure quando vincono i sovranisti, non sapendo fare squadra, alla fine perdono lo stesso.

  4. Gli astenuti. La buffa idea che un voto sotto il 50% avrebbe innescato chissà quali processi catabolici per il sistema si è scontrata con la banale realtà che il sistema degli astenuti se ne frega.

  5. Il campo largo. Alla fine è un gigantesco girare di baionette: se cresce il PD, cala il 5 Stelle. Se sale Conte scende la Schlein. Se AVS fa un record qualcuno deve rinunciare al proprio. E qualsiasi conto possa fare Boccia, la loro alleanza non è maggioritaria da nessuna parte. Manco nel PD. Figuriamoci nel paese.

  6.  Conte. No, non il Movimento 5 Stelle, quello si sapeva avrebbe subito un tracollo mediato dalla scarsa affluenza a Sud e dagli scarsi candidati ovunque. Lui invece pareva aver superato la tempesta finché non è apparso un Casaleggio selvaggio che gli ha portato il conto: richiesta di dimissioni per “personalizzazione” del movimento. Farebbe tutto ridere se non fosse estremamente deprimente.

Ecco, se stavolta qualcuno vi dice che hanno vinto tutti avete sei  buoni motivi per sapere che no, non è andata così.

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