Centrodestra europeo

Esteri RomaPost

In tutt’Europa ci si interroga, preoccupa o esalta sulla prospettiva di una governance dell’Unione Europea, spostata a destra. Dal 6 al 9 giugno 2024, 448 milioni di europei di 27 Stati eleggeranno i nuovi e più numerosi 720 eurodeputati che potrebbero dare una diversa maggioranza dell’europarlamento, vale a dire del potere più debole delle istituzioni europee. L’attuale coalizione informale di Ppe, Sde Renew tiene ancora, nei pronostici, il 50,3%, 400 seggi dell’europarlamento (sondaggio Europe Elects). La stragrande maggioranza di media, establishment e finanza vede solo le preoccupazioni che le cose cambino, che clima e green, globalizzazione, potere giudiziario e Nato subiscano un colpo d’arresto e finiscono per criminalizzare gran parte dell’elettorato e gioire per l’ininfluenza del voto con l’effetto paradossale di facilitare il cambiamento.

Da 30 anni, l’Europa è a guida popolare, nella versione centrista con sguardo a sinistra, ora potrebbe diventare popolare di destra sotto un secondo mandato della Von Leyen, che, stile Conte, non bada al cambio se mantiene la poltrona.  Sarà il suo partito dei popolari tedeschi a decidere dove andare una volta al bivio. Le koalition hanno premiato le presidenze popolari della Commissione, dal lussemburghese Santer nel ’95-’99 al decennio 2004-14 del portoghese Barroso (11 e 12 commissari popolari, 8 e 9 liberali, 7 socialisti ed un indipendente)al lussemburghese Juncker nel 2014-19 (14 commissari popolari, 8 socialisti, 5 liberali ed un indipendente) fino all’attuale IX legislatura della Von Leyen (9 popolari, 9 socialisti, 4 liberali,4 verdi ed un conservatore polacco). Vent’anni fa, ’99-2004, l’ultimo presidente progressista, l’italiano Prodi (7 socialisti, 6 popolari, 4 liberali ed un verde). Prima nel decennio Delors, la Commissione fu di 6 e 5 socialisti, 6, 5 e 7 popolari, 3 e 4 liberali, 3 conservatori irlandese ed anglodanesi ed un indipendente.

L’Europa moderna l’ha comunque fatta un socialista il francese Delors nel decennio ’85-’95 dei suoi tre mandati; riunificazione tedesca, Maastricht, accentramento dei poteri finanziari, trasformazione delle istituzioni in una macchina macrofinanziariodiplomatica e a sostegno di sviluppo, globalizzazione, privatizzazioni e diritti umani, nell’eliminazione del conflitto sociale. A turno, Consiglio, Unione economica e Bce oppure Commissione, Bce ed ministeri del Tesoro dei governi più forti hanno deciso su bilanci, fiscalità e welfare anche senza legittimità. Si sono allargate le distanze tra tre aree regionali economicamente diseguali, a prescindere dai confini nazionali, dove quelle più avanzate sono destinate alla frustrante repressione delle aspettative. Non ci furono più le sparute presenze destre nella governance di conservatori angloirlandesi e danesi. All’epoca risale la sovrapposizione di Unione e Nato nella voglia di allargamento Usa e nel desiderio dei paesi poveri di prosperità. Sono membri Nato dal 2009, dal 2017 e dal 2020 Albania, Montenegro e Macedonia del Nord e a breve lo sarà la Svezia, mentre hanno chiesto l’adesione Bosnia, Kosovo e Moldavia. I 32 paesi membri Nato fanno impallidire i 14 allargamenti orientali del 2004, del 2007 e del 2013. L’Europa burodiplomatica, e non i popoli, sogna il limite dei 30 membri con Albania, Macedonia, Montenegro, Kossovo, Turchia (adesione richiesta nell’87), Armenia, Gruzia (rifiutata nel 2022), Bosnia, Moldavia e naturalmente Ucraina (candidati dal 2022). Resterebbero fuori i paesi ostili, Russia, Bielorussia, Serbia (che pure chiese l’adesione all’Unione nel 2014) e l’umore popolare bulgaro. L’allargamento ha spostato il baricentro dall’area occidentale, tanto più dopo la Brexit del 2020, verso membri orientali dagli skill politici regressivi.

L’Europa, nata sulle macerie della guerra, per scordare i conflitti, si sente, suo malgrado, trasportata allo stato di non belligeranza assunta dalla Nato. La guerra ucraina in pieno corso ai suoi confini realizza altri scenari militari, in Armenia e Azerbaijan, nel Nordafrica e Medioriente e fa presagire rischi balcanici. Lo stesso dilemma dell’immigrazione fa presagire inevitabili sviluppi militari già anticipati da Frontex. I principali partiti europei occidentali si ripetono e si sentono ripetere della necessità di futuri maggiori investimenti militari, che dovrebbero pagare per tutti, nella coscienza che i loro elettorati non ne vogliono sapere. Ad oriente matura lo shock anafilattico europeo della Polonia, ad un tempo front land Nato d’oriente e ideologa della condanna morale russotedesca ma insieme colpevole per la Corte di giustizia di vulnus democratico mentre Varsavia accusa i giudici di alleanza con il nemico russo.

L’allargamento per la prima volta pesa come un macigno per le implicazioni militari ed esistenziali non previste. Tanto più che avviene senza voti democratici o referendum. D’altrondesecondo il docente dell’Istituto di Fiesole, Schmitter, l’Unione non potrebbe aderire a sé stessa poiché non rispetta i criteri di democraticità. L’Unione non è una democrazia; non ha un parlamento che possa sfiduciare il Consiglio dei ministri(eletti a livello nazionale), non giustifica con il no taxation without representation l’austerità imposta agli Stati. L’Europa non rispetta neanche i diritti politici, basti pensare al caso catalano. Come ricorda il rettore Weiler, la cittadinanza europea è una figura retorica; l’Europa non ha un’anagrafe, né un’amministrazione diretta, i suoi cittadini non possono sostituire con un’elezione il Consiglio o influenzare le nomine o il programma europeo. Il tentativo di legge di iniziativa popolare di un milione di cittadini, pur esistendo è abortito. I partiti europei non esistono, al loro posto ci sono raggruppamenti di partiti nazionali che eleggono in liste nazionali candidati del proprio paese in campagne elettorali svolte nel contesto nazionale. Gli eurodeputati rappresentano solo i cittadini dei paesi di provenienza su programmi nazionali. Non c’è neanche un esercizio esclusivo dei poteri fondamentali. Il metodo comunitario significa che tutti fanno tutto. Consiglio e Commissione (ca. duemila atti annui) fanno legislativo ed esecutivo, Consiglio e Corte europea fanno il giudiziario, l’europarlamento ha, ad ogni legislatura, il potere di sfiducia sui Commissari.

Il vero potere lo hanno 60mila funzionari diplomatici che elaborano e coordinano analisi consulenziali sui processi legislativi, di bilancio, di attuazione della legislazione, di politiche economiche in un reticolo di trattati, di agenzie ed una marea di danari da distribuire, quale dispenser, agli Stati nazionali dove ancora risiede la democrazia. Un grande Centro studi accademico e reticolo diplomatico operano come la più grande Organizzazione internazionale esistente, senza governare, amministrare e gestire ma fornisce l’80% delle norme ai Parlamenti nazionali mettendo sulla bilancia il 90% dei fondi di bilancio, attraverso documenti, procedure, protocolli, dichiarazioni indirettamente determinando in gran parte le scelte obbligate di ogni governo. Ogni volta che c’è crisi, il combinato disposto, di istituzioni finanziarie pubbliche e del potere privato delle agenzie di rating, di banche, multinazionali e massa finanziaria si sostituisce al complicato equilibrio del sistema europeo. Senza un contatto con la società governata il grande Centro Studi si trasforma da massa diplomatica sospesa nel framework intranazionale e internazionale; in un blocco finanziario con molteplici pulsioni di indirizzo strategico del destino del continente. Prospettive non proposte, ma ammiccate e commemorate di tante diverse ipotesi immaginate, zollverein dopo zollverein, unità amministrativa, integrazione, gretizzazione dell’economia, Reich. La Germania sola pone dal 2009 la sua Legge fondamentale sopra la legislazione europea; spesso in minoranza nell’europarlamento, non lo è mai nel Consiglio europeo.

Eppure, il voto europeo è importante. Nelle ultime euroelezioni 12 partiti verdi di 16 Stati raggiunsero il risultato migliore di sempre, più del 10%, 75 seggi per ilquarto gruppo parlamentare con il 20,5% (24 seggi) dei Grünen tedeschi, il 16,2% dei verdi UK, il 14% dei Grünen d’Austria, il 13,5% dei Verdi francesi, il 11% dei Groen Links olandesi. A sud ed est invece non vennero eletti verdi a a parte un portoghese (2,3% i verdi italiani). Svuotati di significato il successo di Rassemblement, Lega e 5 stelle e la sconfitta di popolari e socialisti. Il dato ha avviato la svolta ambientalista del Green Deal, Recovery Found e Pnrr, la via della transizione verde, dell’elettrico, dell’economia circolare della neutralità e rivoluzione climatica entro il 2050. I cittadini se ne sono accorti, come in Olanda dove le politiche accelerate green, con la loro carica di critica infinita al capitalismo, hanno scatenato l’avanzata di una nuova destra contadina. Di fronte alle reazioni dell’opinione pubblica l’Europa ha ritirato l’estremismo della casa ecologica ma è troppo tardi. Malgrado 15 governi di destra (Italia, Grecia, Austria, Croazia, Cechia, Bulgaria, Svezia, Finlandia, Lituania, Lettonia, Irlanda e Ungheria cui potrebbero aggiungersi Slovacchia, Polonia e Olanda) a 10 paesi di sinistra (Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Portogallo, Cipro, Malta, Slovenia, Romania ed Estonia, forse Spagna) conta il voto finale della Framania guidata dal centrosinistra tecnocratico. L’economia tedesca stagnerà nel 2023 ripartendo nel 2024, troppo tardi per le elezioni; la popolarità dei verdi è crollata per il riscaldamento a pompe di calore antigas. L’estrema destra di Afd è prima ad est in Turingia, Sassonia e Brandeburgo ma a ovest si è affermata in Assia e Baviera. In Francia l’impopolarità di Macron tra riforme respinte e tracollo della Francefrique è di tutta evidenza.

La convergenza dei programmi, oltre allo stop all’ambientalismo condiviso ormai anche da non conservatorinel centrodestra europeo c’è, basti pensare all’intransigenza dei muri alle frontiere esterne proposti da Weber, leader popolare tedesco. Dopo le elezioni intermedie turche di maggio, le spagnole di luglio, le slovacche di settembre, le tedesche regionali, tutte vinte a destra, i risultati polacchi di ottobre ed olandesi di novembre dovrebbero avere lo stesso segno. Anche un voto popolare che legittimasse un europarlamento, ed auspicabilmente la Commissione, a guida popolare, liberale e conservatrice, dovrebbe però superare la storica conventio ad excludendum verso l’estrema destra secondo il percorso che già fece l’Italia prima del ’93.Secondo i sondaggi, popolari, conservatori e nazionalisti partono da 165, 86 e 74 seggi. Disse Berlusconi, La maggioranza fra Popolari, Liberali e Socialisti aveva senso quando rappresentare nelle istituzioni europee tutte le grandi famiglie politiche garantiva una certa neutralità dell’Europa, accordo fra gli Stati. Oggi l’Europa ha acquisito una soggettività politica e dovrebbe assumere una guida dalla connotazione politica chiara. L’indirizzo politico potrebbe essere dato dal centrodestra europeo. Il centrodestra italiano è stata l’invenzione rivoluzionaria, riuscita, della politica italiana.

L’Europa potrebbe attraversare una nuova fase di vera autonomia con la stessa rivoluzione.

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