La debacle delle toghe che non si arrendono, dopo 30 anni di assalto giudiziario.

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La domanda che viene da porsi è: e adesso cosa si inventeranno, per continuare la caccia giudiziaria a Silvio Berlusconi? Perché la sentenza che ha assolto il Cavaliere “perché il fatto non sussiste” nel processo chiamato Ruby ter, con la bocciatura delle accuse formulate dalla Procura di Milano a carico del leader azzurro, non è solo il punto di approdo (dovuto, inevitabile) delle accuse di corruzione giudiziaria che hanno tenuto in piedi per anni questo singolo processo. Il problema è che in questo ultimo troncone i pm milanesi cercavano una sorta di rivincita, il riscatto della sconfitta epocale che nel 2015 concluse il processo principale, quello che vedeva Berlusconi accusato di concussione e prostituzione minorile, e che aveva trasformato il mito del “bunga bunga” in una chiacchiera planetaria appiccicata all’immagine non solo del capo del governo ma dell’intero Paese, all’epoca del governo da lui guidato. “Vedrete, lì lo hanno assolto ma questa volta non scappa, le prove dei soldi passati ai testimoni sono granitiche”. E invece, a quanto pare, tanto granitiche non erano. E anche l’ultimo castello inquisitorio si sgretola davanti alla ricostruzione che la sentenza di oggi compie della vicenda processuale.

Ormai è storia quasi trentennale, e che in decine e decine di processi l’unica vittoria conquistata dal pool nazionale degli inquisitori anti-Cav sia stata quella per la vicenda dei diritti tv, la dice lunga sulla differenza tra lo sforzo profuso e i risultati. Della prima inchiesta, quella che affossò il presidente del Consiglio mentre presiedeva nel 1994 il vertice dei G8 a Napoli, è rimasta solo una lunga serie di assoluzioni. Stessa sorte per tutti quelli nati dopo: con in testa quello per il Lodo Mondadori, e poi a seguire le compravendite presunte dei senatori, o ancora All Iberian, Mediatrade, i terreni di Macherio, il caso Lentini, il caso Unipol eccetera. Una lunga serie di sigle e di vicende che ormai dicono poco, ma che per mesi o per anni costituirono pane quotidiano per i nemici politici e mediatici del fondatore della Fininvest.

Erano inchieste che partivano tutte da Procure diverse, raramente alleate, più spesso in gara per portare a caso per prima lo scalpo dell’arcinemico, e tutte finite in abisso: a volte con assoluzione piena, a volte con prescrizione che non è una dichiarazione di innocenza ma riconosce la resa dei pm, la loro incapacità di portare a conclusione in tempi umani inchieste dilatatesi nel tempo e nello spazio. Berlusconi ha saputo e potuto difendersi bene, e molta parte anche della vittoria odierna ha le sue basi nel lavoro di Nicolò Ghedini, che del Cavaliere fu il consigliere prezioso. Certo, viene da chiedersi cosa sarebbe accaduto di un comune mortale, che non avesse a sua disposizione i mezzi economici per difendersi altrettanto efficacemente ( e spesso Berlusconi si è lamentato del costo economico gravato su di lui e sulle aziende per gestire l’esercito dei difensori). Ma è anche vero che raramente un comune mortale si è trovato ad affrontare un’offensiva giudiziaria di tale portata e durata.

Ora, a quasi trent’anni dall’inizio dell’offensiva, la partita appare quasi definitivamente chiusa. Certo, resta aperto un unico spiraglio di speranza per eliminare dalla scena politica per via giudiziaria l’ormai ottantaseienne Berlusconi: l’indagine della procura di Firenze che lo inquisisce nientemeno che come comandante delle stragi di mafia. Ma è una ipotesi così surreale che probabilmente non ci credono neanche loro.

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