Quella Milano scomparsa: dai ‘polentat’ ai negozi di ‘Cibi Cotti’

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Nei primi anni Venti a Milano iniziarono a nascere dei negozi che sulla vetrina e sull’insegna portavano la scritta Cibi Cotti. Erano, in buona parte, gli eredi dei polentatt, storici ristoratori delle classi più umili, che vendevano patate lesse e fritte, pesciolini di lago e merluzzo fritti nell’olio di lino, nervetti e fagiolini lessi. Il tutto accompagnato sempre da abbondanti porzioni di polenta appena fatta. La tradizione voleva che una gran parte dei polentatt fossero originari del Canton Ticino, calati a Milano intorno al 1850 e che iniziarono a vendere la polenta per strada, per aprire poi dei negozietti con qualche tavolo. Peculiarità era però avere la vetrina apribile, con un grande bancone di marmo affacciato sulla strada, dove veniva servito il cibo e la polenta “al volo”. Un’antica forma di fast-food e street food, tanto di moda oggi.

Molti dei polentatt fecero affari d’oro a fine Ottocento e molti si riciclarono aprendo bar, trattorie, osterie e veri e propri ristoranti; il loro successo pareva inattaccabile, ma poi arrivarono i toscani. Inizialmente erano immigrati poverissimi che giungevano a Milano con sacchi di farina di castagne e una pentolaccia di gran diametro su cui preparavano il castagnaccio. Vennero soprannominati i Gigi della Gnaccia. Quando alcuni di loro iniziarono a far fortuna e dopo anni di risparmi e sacrifici aprirono delle trattorie di cucina toscana, il successo fu immediato.

Nel volgere di un decennio la cucina toscana divenne la cucina della maggior parte dei ristoranti, bettole, osterie, trattorie e locande della città. La cucina milanese restava relegata alla focolare di casa.

La concorrenza tra le trattorie toscane e i polentatt fu fortissima e vide questi ultimi lentamente soccombere. Diversi di loro decisero così di cambiare tipo di cucina offerta ai consumatori, inventandosi i negozi di Cibi Cotti.

Presso i Cibi Cotti si trovavano piatti che oggi chiameremmo di rosticceria o di un pizzicagnolo toscano. La peculiarità, ereditata dai polentatt, era quella di avere anche qualche tavolino all’interno o la possibilità di farsi incartare il cibo e portarlo via. Con l’inizio dell’immigrazione meridionale ebbe maggior diffusione anche la pizza napoletana e alcuni piatti di pasta campani e siciliani.

Proprio gli immigrati dal sud furono coloro che decretarono il successo dei negozi di Cibi Cotti. Vivendo spesso in gruppi di soli giovani uomini, in piccoli appartamenti talvolta senza nemmeno la cucina, la soluzione dell’acquisto di cibo già pronto era perfetta.

Nel Dopoguerra i Cibi Cotti iniziarono ad entrare in crisi, sia per il maggior benessere che diede grande diffusione ai ristoranti più classici, sia per l’aumento notevole delle mense aziendali, dove i dipendenti erano quasi obbligati a mangiare.

Fu così che la maggior parte dei Cibi Cotti chiuse o si riciclò per l’ennesima volta. Un gran numero si trasformò in bar o tavola fredda, altri si specializzarono su una sola proposta, ottenendo un insperato successo.

Le ultime insegne con scritto Cibi Cotti resistettero sino agli anni Ottanta. Oggi a Milano non credo ce ne sia nemmeno uno.

(Nella foto di apertura : il bancone di un negozio di Cibi Cotti nel 1952.)

Un negozio di Cibi Cotti negli anni Trenta, che vendeva anche polenta e castagnaccio, unendo così l’anima ticinese e milanese a quella toscana.
Un negozio di Cibi Cotti nei primi anni Trenta in via Larga angolo San Clemente.
La vetrina del Cibi Cotti di via Spontini a fine anni Quaranta, prima che venisse rilevata dalla famiglia Banti e trasformata nella Pizzeria Spontini.

Milano Scomparsa 

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