Attendendo lo scudetto, Milano finalmente torna a essere Milano

Milano
La crisi degli anni Duemiladieci raccontata da chi l’ha vissuta in città, ma senza tifare. Ora le cose sono cambiate, ed è una grande notizia per Milano e per il calcio italiano.

Di San Siro in tv, da piccolo, ricordo certe inquadrature vertiginose, dal punto più alto degli spalti, a picco sul campo. Il brulicare di gente tutto intorno, le luci che facevano brillare il verde del rettangolo di gioco, il risultato in sovrimpressione: Inter contro Milan. Un mio compagno di scuola – milanista – non reggeva quella visione solenne nemmeno dallo schermo: di tanto in tanto, nel corso dei derby più tirati, si vedeva costretto a cambiare canale su Un medico in famiglia.

Per tutti noi che lo ammiravamo a bocca aperta a chilometri di distanza, San Siro era un luogo ultraterreno, dove l’epica si mescolava alla vertigine. Il meglio del campionato italiano e al tempo stesso l’idea platonica dell’essenza più pura del calcio. Di quella mistica tutto colpiva: le panchine (ai tempi) interrate, il tunnel che conduceva in campo, la particolarità di quelle reti così striminzite e lontane dal “gonfiore” del Delle Alpi o dell’Olimpico, persino le bucce di arancia affastellate dietro le porte nei mesi invernali. Era il luogo mitico per eccellenza, di noi che di calcio eravamo imbevuti allo sfinimento.

Trasferirsi a Milano voleva dire, inevitabilmente, avere la possibilità di smaterializzare il mito dell’inaccessibilità di San Siro: quel tempio di estasi calcistica, ora, era a qualche fermata di metropolitana (e un pezzo di strada a piedi, fino a qualche anno fa). Era il 2013, dicembre: avrei visto dal vivo, per la prima volta, un derby di Milano. Ero già stato a San Siro qualche anno prima, mescolato ai tifosi interisti in un’atroce sconfitta del Bari di cui ho vivida memoria di un’altrettanta atroce marcatura di Pulzetti su Eto’o. Inter contro Milan però prometteva di essere qualcos’altro. Lo schiudersi di una fantasia vagheggiata da tempo.

Però. Però dai tempi dei Maldini, dei Ronaldo, dei Kaká, degli Ibrahimovic, degli Shevchenko, dei Milito, dei Pirlo e degli Sneijder qualcosa era cambiato. Molto era cambiato. Mancavano pochi giorni a Natale, ma l’atmosfera era tutt’altro che festiva. Tifosi in sciopero, assenza di coreografie, un derby in tono decisamente minore. Vinse l’Inter di Mazzarri per 1-0, con un gol di tacco di Palacio: le cronache del tempo non possono far meno di notare, si legge in un report della Gazzetta, che quello è un derby con «Constant, Kuzmanovic, Saponara e Taider là dove c’erano Van Basten, Baggio, Ronaldo e Matthäus». All’uscita dall’impianto la folla sciama compostamente: nemmeno l’idea dello sfottò sembra così convincente, in una città in cui si avverte ingombrante il peso della subalternità calcistica.

Inter e Milan non si sono qualificate in Champions League, insieme, per tutto il periodo 2014-2018; i nerazzurri sono tornati nella massima competizione continentale proprio nel 2018, dopo otto anni di assenza; i rossoneri, invece, si sono qualificati di nuovo nel 2021, sette anni dopo l’ultima volta (Giuseppe Cacace/AFP via Getty Images)

Altri derby di Milano sono transitati nei miei anni milanesi, senza che nessuno di questi rapisse più di altri la mia attenzione. In tutto questo tempo, mentre Milan e Inter continuavano a galleggiare lontano dai vertici del calcio italiano, avevo visto festeggiare in città soltanto uno sparuto gruppo di tifosi dell’Olimpia, in piazza Castello, dopo la vittoria dello scudetto. Immaginate la mia sorpresa quando, in un pomeriggio domenicale altrimenti sonnacchioso, a poco a poco le vie cittadine, del centro come della periferia, si sono riempite del frastuono dei festeggiamenti per la vittoria dello scudetto dell’Inter: mai avevo visto una Milano così sguaiata, mentre cortei di auto con bandieroni nerazzurri continuavano a scorrere sotto i miei occhi.

Pochi giorni fa, si è giocata Milan-Atalanta. I tifosi rossoneri si sono mossi con largo anticipo per raggiungere il prima possibile San Siro, ben prima dell’inizio della partita. Erano tutti lì, nonostante il caldo stordente, a godersi appieno l’esperienza di uno scudetto che mai, negli ultimi dieci anni, è sembrato così vicino al popolo rossonero. Già un paio d’ore prima del match i viottoli con i truck ricolmi di sciarpe o hot dog erano presi d’assalto da tifosi regolarmente bardati di maglie: molti con i nomi di Tonali, Leão, Ibrahimovic sulle spalle, ma anche molti altri con divise ormai vintage, degli anni del Milan degli olandesi come pure dell’ultimo grande Milan ancelottiano. Come due distinti gruppi, uno che si è sorbito, suo malgrado, gli anni di improbabili rimonte contro il Frosinone, e un altro rimasto appigliato alla grandezza di decenni passati, troppo in pena per sopportare i rovesci di quello successivo. Una differenza, però, ormai completamente appiattita, se non visibile in filigrana sulla base delle tonalità rossonere indossate.

Dentro lo stadio, in un San Siro che pareva persino più grande delle sue normali dimensioni, la gente attendeva la partita come un miracolo laico. Orde di persone erano lì per non perdersi un minuto di quello che sarebbe successo, ma soprattutto per celebrare una festa strozzata in gola per fin troppo tempo. Alla rete del 2-0 di Theo, in molti si sono messi le mani nei capelli, oppure guardati a vicenda con occhi spiritati: l’incredulità ha sopraffatto persino la gioia, mentre lo scudetto prendeva forme sempre più nitide. Ben dopo il fischio finale, la gente si rifiutava di abbandonare lo stadio: dopo aver fatto ballare Pioli sulle note di “Freed from desire” (rivisitato nell’ormai celebre Pioli’s on fire), in molti continuavano a bighellonare attorno all’impianto. C’era chi si rifugiava in auto con l’orecchio prestato alla cronaca di Cagliari-Inter, qualcun altro si affrettava per raggiungere piazza Duomo, mentre voci incontrollate raccontavano di improvvisi ribaltoni del Cagliari dando luogo a esultanze presto smorzate.

Lo scudetto 2021 ha interrotto dieci anni di digiuno: l’ultimo trofeo era la Coppa Italia conquistata nel 2011 dopo la vittoriain finale contro il Palermo (Piero Cruciatti/AFP via Getty Images)

Tra poche ore Milano si riscoprirà rumorosa e senza freni, abbandonerà la sua compostezza che anche alla vigilia della festa scudetto la fa da padrona. La città scorre secondo le sue regole abitudinarie, nessun bandierone esposto sui balconi, nessuno striscione di incoraggiamento, al massimo qualche passante che fischietta distrattamente un motivo da stadio. Il calcio non si impadronisce realmente mai del quotidiano a queste latitudini, eppure è proprio nel momento della celebrazione che si coglie sul serio quanto il calcio, qui, conti davvero.

Dagli anni bui della Milano calcistica a oggi, con la città divisa ma accomunata dalla snervante attesa in vista di domenica, di una cosa ci si rende conto: che Milano ha bisogno di calcio, esattamente come il calcio ha bisogno di Milano. Con la Juventus che ha sempre rappresentato un mondo a sé stante, Milan e Inter storicamente sono stati la fotografia fedele dello stato del calcio italiano, in particolare negli ultimi decenni: con la doppia presidenza Berlusconi/Moratti indice del boom a suon di colpi milionari e campioni degli anni Novanta/inizio Duemila, con la fase di depressione economico-sportiva coincisa con il lento declino del calcio italiano e del suo appeal al di fuori dei nostri confini, con le risollevate ambizioni trainate da proprietà straniere che oggi, più che mai, guardano alla Serie A come nuovo campo d’interesse. Milan e Inter, comunque vada, hanno riscoperto il loro status di apripista del calcio italiano: ritrovarle ai più alti livelli è, senza dubbio, una grande notizia.

Così oggi, dai tempi di quell’ormai nebuloso derby del 2013, le istantanee di un San Siro dimesso sono state completamente spazzate via dalla nuova fibrillazione che si è diffusa a macchia d’olio sulla Milano calcistica. Aver chiuso con l’epoca dei carneadi, con gli spalti metà pieni metà vuoti, con gli Hapoel Be’er Sheva come improbabili sparring partner delle notti europee, restituisce un’altra Milano: una che non avevo mai visto, ma che era stata l’unica Milano possibile per una lunga serie di anni. Un anno fa lo scudetto è ritornato qui, e ci resterà per almeno un altro anno. Il futuro sembra luminoso.

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