Le contraddizioni del “Miracolo a Milano”: la Bocconi e la povertà

Milano

Chi si trovasse a passare davanti ai nuovi edifici dell’università Bocconi prospicenti l’istituto di carità “Pane quotidiano” noterebbe che la coda di cittadini in attesa della quotidiana razione di beni alimentari, indispensabili

Coda al Pane Quotidiano

alla sopravvivenza, supera ormai i 500 metri. Questa visione è la più lampante immagine dell’imponente dicotomia fra l’opulenza della Milano cantata da amministratori pubblici e speculatori immobiliari e l’evidente crescita esponenziale della povertà. Corollario di questa osservazione è il dubbio circa l’efficacia della scienza economica che li, come nelle altre università milanesi, viene insegnata. Ritengo infine che la confusione di stili che ha segnato lo sviluppo del campus bocconiano sia spiegabile con la difficoltà del corpo accademico ad interpretare i segnali anticipatori delle diverse qualità delle variegate architetture.

Il punto di partenza, comunque, rimane il positivo giudizio sull’investimento del nuovo Campus al Vigentino. Nel momento in cui la borghesia lombarda si apprestava a liquidare i suoi storici asset industrial/finanziari a favore dell’orientale di turno, per poi ricoverare i proventi in non noti ospizi finanziari, la Bocconi ha dato l’importante segnale civico che solo rivalutando il capitale umano si genera sviluppo e che questo processo si avvia investendo al centro della metropoli.

Ma ritengo che esista e che sia importante una virtuosa simmetria tra le regole razionali dello sviluppo economico e le regole artistiche che dominano la realizzazione degli edifici.  Per questo il non felicissimo innesto del minimalismo jap in un contesto già segnato da un bric e brac di (pur nobili) stili architettonici mi sembra un preoccupante segnale di una più preoccupante confusione sulla missione culturale dell’ateneo e, più in generale, dell’istruzione accademica metropolitana.

Nuovo campus Bocconi

L’occasione era ghiotta, infatti la Pubblica Amministrazione era chiamata a dilatare la crescita del capitale umano stimolata dall’Università privata; un tema affascinate ridotto al restyling di giardinetti e alla generosa concessione di volumetrie all’immobiliarista dominante.

Il quale realizza una serie di palazzoni il cui stile ricorda l’edilizia delle ex repubbliche socialiste, che producono un carico ambientale ed un impatto visivo rilevanti.

E ai poveri cosa resta? La Bocconi se ne fa carico, migliorando il capitale fisico. Provvede alla ristrutturazione degli edifici del “Pane quotidiano”, con un intervento in stile vernacolare, progettato dall’arch. Boeri, il quale probabilmente vuole ricordare che un ritorno a forme e volumi coerenti con la storia del quartiere ha un valore culturale, in grado di generare benefici patrimoniali, in termini di ambiente e socialità, superiori ai valori immobiliari correnti. Questione questa che dovrebbe essere moneta corrente, non solo per la generosità dell’Università Bocconi, ma per la pratica della pubblica amministrazione.

Ma non bisogna dimenticare che la cosa sempre più lunga di cittadini in attesa della carità quotidiana ha bisogno non solo di pane, ma di accesso ai saperi che oggi sono metaforicamente sbarrati dalle superfici di lamiera zigrinata degli architetti giapponesi.

L’architettura insegna all’economia che la società progredisce solo con il sale della creatività, materia abbondante nella coda quotidiana dei questuanti.

Forse, il prossimo progetto per l’ateneo potrebbe comprendere l’integrazione nel consiglio di amministrazione della Bocconi di una rappresentanza dei più poveri. Una visione zavattiniana che potrebbe aiutarci a riscattare il quotidiano declino del nostro vivere comune, economico e sociale.

Giuseppe Longhi (Arcipelago)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.