Il “modello Milano” è praticamente fallito e rende la città sempre più inaccessibile

Milano

Dal 2015 Milano non ha fatto che accelerare, ma lo ha fatto con un modello di sviluppo che ha solo accentuato le disuguaglianze.

Il vortice urbano innescato a Milano da Expo 2015 non sembra rallentare al termine di questa tornata elettorale. I piani di sviluppo emersi dai vari programmi, in particolare quelli a sostegno di Beppe Sala sembrano essere in linea con l’amministrazione uscente. Grande protagonista è Pierfrancesco Maran, già al lavoro in Comune da dieci anni, e dal 2016 Assessore a Urbanistica, Agricoltura e Verde (oggi Assessore alla casa e al piano quartieri  ndr). Il suo programma parlava di una città più “inclusiva, internazionale, vivibile e sostenibile”, che prevede la costruzione di nuove aree verdi e di grandi investimenti nelle aree che andranno a ospitare le prossime Olimpiadi invernali 2026. Una tendenza in crescita quindi, quella di far ruotare lo sviluppo urbano attorno al perno dei “grandi eventi”, Expo prima e le Olimpiadi poi, sfruttati come espediente per modellare la città e la gestione del suo spazio.

I rischi di queste proposte sembrano essere gli stessi di cinque anni fa: una città più inclusiva solo sulla carta — e quando la linea di sviluppo riguarda nuove costruzioni ed eventi, si finisce spesso per lasciare i nuovi spazi cadere in disuso, come molti di quelli costruiti per Expo. Si continua a costruire edifici, sempre più esclusivi e inavvicinabili per la maggior parte degli abitanti della città. È di pochi giorni fa la notizia del nuovo progetto dell’architetto Stefano Boeri in zona San Cristoforo: il “Bosconavigli,” che propone di replicare l’idea del Bosco Verticale, dando vita ad un “Bosco orizzontale” — un’area residenziale di 8 mila metri quadrati rivestita da un sistema di vegetazione pensato per abbattere l’inquinamento. Lo scopo della nuova struttura dovrebbe essere quello di costituire un centro della riqualificazione per l’area. Il costo previsto per le 90 residenze è però di 8 mila euro al metro quadro, una cifra inaccessibile alla maggior parte degli abitanti della zona.

Adamo Mastrangelo, Alfredo Comito e Igor Allegrini hanno realizzato e iniziato a proiettare gratuitamente proprio in questi giorni Nel ventre di Milano, un documentario che va alla scoperta del volto più buio della città. Spesso ritratta come il migliore dei mondi possibili, Milano è in realtà ricca di contraddizioni sulle quali vale la pena riflettere. Gli autori del documentario l’hanno girato con l’aiuto di diverse voci narranti, che forniscono un quadro completo della città. Sono fondamentali gli interventi di Agostino Petrillo, docente di Sociologia dell’Ambiente al Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, che parla della forte mancanza di capacità della classe dirigente di mettere in pratica delle politiche per la casa coerenti, di un’amministrazione cittadina che chiama rigenerazione urbana a processi che invece assomigliano più alla gentrificazione, di interventi improvvisi su interi quartieri che costringono molti degli abitanti a spostarsi in maniera repentina. E fa notare il problema dei salari inadeguati, dell’incremento esponenziale delle disuguaglianze e delle criticità che si nascondono dietro alla retorica dei “grandi eventi.”

Se il diritto alla città costituisce — come scrive in molti dei suoi saggi il sociologo David Harvey — un diritto collettivo e non individuale, Milano non sta andando in questa direzione. La maggior parte delle operazioni di riqualificazione che vengono intraprese finiscono semplicemente per espropriare gli abitanti dei loro quartieri e darli in pasto a chi si può permettere il nuovo stile di vita imposto alla zona.

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Su queste fragilità si sono invece concentrati Alice Ranzini e Jacopo Lareno, ricercatori in Studi urbani, che hanno appena pubblicato “L’ultima Milano. Cronache dei margini di una città”, un’inchiesta edita da Fondazione Feltrinelli. Gli autori hanno posto al centro della loro riflessione il tema dei margini, non in senso prettamente geografico, bensì indagando un concetto di margine che dialoga proprio con la dimensione della fragilità. Il loro lavoro si concentra su tre pilastri principali, nei quali hanno identificato le urgenze cruciali su cui riflettere e investire energie e risorse: casa, educazione e integrazione.

Ranzini e Lareno sono partiti da una domanda: il “modello Milano” viene raccontato come il migliore dei mondi possibili, ma per chi? Rispetto a quale visione di città? Hanno cercato di scardinare alcune delle retoriche che hanno alimentato la costruzione di questa immagine patinata della città: un nucleo attrattivo dall’esterno e un perno centrale per gli investimenti delle grandi aziende, che ha contato negli anni in maniera forse un po’ troppo ingenua, sul fatto che a questi sarebbe succeduto anche un effetto spillover di ricaduta sui cosiddetti margini — fenomeno che però non è avvenuto. Nonostante questo va tenuto conto anche della difficoltà di riuscire a incorporare positivamente alcuni cambiamenti all’interno di Milano che, come ricordano gli autori, è una città contraddistinta da una radicata tendenza al “mordi e fuggi”, all’accelerazione, all’abitare temporaneo da parte di studenti, che spesso poi non possono permettersi di restare, o a soggetti internazionali che attraversano la città per periodi di tempo limitati.

“Viviamo un momento storico-culturale in cui il tema del consumo e dell’auto-imprenditorialità si trovano al centro della maggior parte delle visioni e dei sistemi, ma queste cornici si trovano spesso a oscurare un vasto apparato di bisogni”, sottolinea Ranzini. Nonostante anni di amministrazione di centro-sinistra a Milano non si è costruito in alcun modo un discorso alternativo a quello dominante, il dibattito pubblico di rado verte sulle tematiche su cui gli autori si concentrano nel libro. La concentrazione su un certo status sociale e su un modo di vivere e intendere la città si è diffusa così capillarmente da attrarre cittadini che ricercano in Milano proprio un luogo in cui tutti questi sogni giungono a compimento: “I temi strettamente legati al quotidiano, alla qualità reale della vita urbana, costituiscono un grande rimosso di questi anni. Serve una coscienza collettiva più consapevole, che riesca a prendere consapevolezza di questi bisogni e a legittimarli, dimenticando tutto quell’immaginario legato alla città sfavillante, che deve necessariamente perdere forza all’interno di questo quadro, così da poterlo realmente ribaltare.”

Come sottolineano Ranzini e Lareno, però, non si riesce a parlare del fallimento di questo modello, delle sue storture, e così l’attrattività della città è ancora troppo declinata solo sul mercato immobiliare, che costituisce il suo centro nevralgico. Come scardinare questo sistema? Come rovesciare il “modello Milano”? I due ricercatori sono convinti che manchino pratiche di dissenso e dibattito sufficientemente articolate, che dal basso dovrebbero emergere in maniera più incisiva, pur nella consapevolezza che Milano è una città che difficilmente riesce a dialogare con il conflitto, e che anzi tende a opporvi sempre quella retorica per cui costituisce già il migliore dei mondi possibili. Le responsabilità politiche in questo contesto chiaramente non mancano, le opzioni radicali praticabili esistono ma sembra ci sia una mancanza di capacità, o forse volontà, di applicarle  (Fonte the Submarine)

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