Fratelli De Vito, una storia già pentastellata

Politica

I fratelli De Vito, protagonisti del partito che passerà alla storia per il più familista di sempre, sono usciti entrambi dal M5s, uno a maggio, l’altra ad agosto. Marcello è stato il primo dei grillini romani, sfidante a sindaco capitolino nel 2013, Marino, Alemanno e Marchini. Francesca, consigliera regionale laziale, dopo dieci anni ha lasciato il movimento di quello che ora etichetta come solo un comico.

Evidente che sulle scelte abbia inciso l’azione giudiziaria, vissuta direttamente o vista da vicino. Gli eletti pentastellati, dopo aver tanto gridato alle manette per la politica, sono poi inorriditi, di fronte alla comprensione diretta dell’applicazione pratica di quella gioia. Marcello, longherone gaffeur, spontaneo e spesso ingenuo nella sua timidezza, non poteva certo immaginare di finire carcerato per 107 giorni a Regina Coeli, accusato di corruzione nell’inchiesta su una cosa inesistente, immaginata, neanche arrivata alla progettazione, se non finale, definitiva, quale il nuovo stadio della Roma. La vicenda è stata un gran polverone, tempo supplementare di Mafia capitale, e praticamente insignificante come era stata il pregresso. Utilissima però alla battaglia politicoeconomica romana e nazionale che per anni è stata condotta con l’intervento, deus ex machina, della forza della carcerazione. Francesca è sbottata per l’arresto dell’ex dirigente laziale Tosini, capro espiatorio dei disastri delle non decisioni su rifiuti e discariche tra Regione e Comune. Non ha compreso le motivazioni cervellotiche che hanno indotto il suo gruppo ed il suo partito ad espellere, nell’aprile ’20, Barillari, ex candidato grillino alla presidenza regionale.

Così i due candidati romani, a Regione e Campidoglio, provenienti dal basso, nel periodo arrembante dei pentastellati vaffanculisti, sono stati asfaltati. Il primo per una pubblicazione di sito web, il secondo all’indomani dell’arresto, nel marzo ’19, con una decisione rapida rapida, senza neanche passare dai probiviri, di un Di Maio, ancora implacabile decisionista. De Vito deve stare a chilometri di distanza da noi. I due candidati, a modo loro, però, rappresentavano lo spirito di migliaia di elettori del M5S, come ricorda Francesca. Uno spirito destro di avversione al partito di casta e di regime, il Pd; e che trovavano nuovo spazio dopo l’inorridimento per la caccia giudiziaria alla parte di Alemanno, abbandonato anche dai suoi.

Tutt’oggi, nella flaccida marmellata bigia in cui è caduta la politica, sulla quale il tempo inesorabilmente svela insignificanza e speculazione di anni di guerre e polemiche mortali, resta l’odio tra grillini e piddini romani. Un’insopportazione reciproca che nessuna alleanza nazionale e nessuna strategia lettiana può intaccare. Francesca stigmatizza i vertici che stanno spingendo il M5S in un abbraccio sempre più mortale col Pd arrivando a distruggere una forza politica. Contesta la Lombardi, ora assessore della giunta Zingaretti, che a lungo salvò l’ex segretario Pd dal venire sfiduciato in Regione, dove governava in minoranza. Scomparsi i miti della democrazia partecipativa e dell’intelligenza collettiva, i consiglieri pentastellati laziali, come i parlamentari del secondo mandato, non giustificano più l’attaccamento alla poltrona senza un voto di conferma da parte degli iscritti.

Marcello, avvocato 46enne, era sicuro di essere il candidato sindaco grillino, dopo il 12,4% registrato nel2013. Ingenuamente non vide i traffici della furba Raggi con i vertici che lo bruciò con poche migliaia di voti alle solite votazioni pilotate delle piattaforme usus delphini. Conquistato il Campidoglio non gli si potette negare la presidenza dell’Assemblea capitolina, che mantenne anche in  carcere e nei 137 giorni di arresto domiciliare, stile Galan, malgrado le pressioni per le dimissioni. Nei rapporti mai ottimi con la sindaca, il ritorno al suo scranno del De Vito, dettato dall’annullamento del provvedimento cautelare deciso dalla Cassazione, fu uno shock per gli ex commilitoni. Senza aspettare neanche la sentenza di primo grado, ancora da decidere, la sindaca l’immaginava politicamente sepolto. L’isolamento in Aula Cesare ha condotto a litigate furiose tra i due ex candidati di punta pentastellati, fino a questo maggio quando il presidente capitolino ha aderito a Forza Italia. Non sono seguite ulteriori parole fra i due.

Francesca invece è rimasta dalla parte della sindaca, sostenendola contro la Lombardi, che da sempre ha contrastato Virginia e contemporaneamente strizzato l’occhio al Governatore del Lazio. La Lombardi e Conte volevano infatti candidare Zingaretti a sindaco di Roma; ancora una volta l’uso spregiudicato delle piattaforme venne in soccorso della Raggi e della sua candidatura suicida. Francesca, per ora, differentemente dal fratello non aderirà a nessun’altra forza politica fino alla fine del mandato. Condivide con Barillari, la denuncia di colpevole di non essermi mai venduto al Pd; non le sue posizioni no vax o le spacconate con pistola esibita in regione.

Così nelle ultime ore Forza Italia è rientrata in Campidoglio mentre la giunta andava in minoranza ed il periodo di governo pentastellato finiva tra assenze, urla, spintoni ed insulti. In questo ritorno appare limpida la provenienza di destra di molto elettorato grillino, testimoniata dalle parole di Barillari e dei De Vito. Un corpo elettorale, espulso dal Movimento cinque stelle dopo un decennio di attivismo, in gran parte tradito, trattato con offese e umiliazioni, fino all’epiteto di fogna di Grillo per Roma. Pro e contro Raggi, i fratelli De Vito vicini ai portavoce locali e ai territori, ribadiscono una l’avversione per la sinistra, l’altro la stima per Berlusconi innovatore politico. In fondo, date le fumose trasmutazioni e devastazioni politiche italiane, sono, anche loro, figli suoi.

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