Ritrovato morto per overdose a Rogoredo, ma il riscatto è possibile: storia di Pietro

Milano

La droga e una solitudine infinita, e sei già schiavo senza un perché o, forse, con troppi perché. La cronaca “Tragico ritrovamento  a Milano, all’altezza di via Sant’Arialdo, nell’area del boschetto dell’eroina di Rogoredo. Un uomo di 35 anni è stato rinvenuto privo di vita intorno alle 20 di lunedì 12 luglio. Attorno alle 20.35 una persona ha chiamato il 118 per segnalare il corpo a poca distanza dal boschetto ma dal lato della ferrovia. All’arrivo dei soccorsi non c’era più nulla da fare. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri.  Secondo quanto si è appreso dai paramedici, si tratterebbe di una overdose” (il Giorno)

Chi è passato dai guai della droga lo sa: avere un familiare dentro quel tunnel é uno dei dolori più grandi che possano capitare.

Questa è la storia di Pietro, un giovane che, dopo un lungo calvario, conosce oggi i valori della vita. Il racconto in un post di Simone Feder, volontario e psicologo.

–  Pietro è seduto tra gli spettatori mentre sul palco sua mamma – Alessandra, medico – parla di lui. La donna torna indietro negli anni e si commuove ma poi si volta e lo vede, bello come il sole e in netta ripresa, e ritrova il coraggio. “La dipendenza, anche quella dalle sostanze, è una malattia, forse la più terribile di tutte. Questa storia è costellata di tentativi e fallimenti e consumata da tantissima sofferenza, sofferenza nostra, di tutti noi”. Parte da qui il percorso di recupero di una famiglia: dal considerare il problema della tossicodipendenza “nostro”, e non “suo”.

Pietro è scivolato verso il baratro sei anni fa, a 14 anni. Inizio classico: terza media, canne e trasgressione, sempre di più, rifiuto di considerare il problema e dunque chiusura davanti a qualunque possibilità di aiuto. Bocciato il primo anno di liceo, bocciato anche l’anno dopo, poi il cambio di scuola e l’ennesimo insuccesso, il passaggio alle droghe pesanti, l’eroina e le altre. In casa la contrattazione giornaliera per i soldi, i genitori sfiniti, la scoperta dei piccoli furti, la refrattarietà ad ogni regola – con i due fratelli di Pietro catapultati all’improvviso in un film dell’orrore mentre lui entrava e usciva nel cuore della notte o spariva anche per giorni senza avvisare, senza dire dove dormiva. Sono passati cosi quasi tre anni e i genitori hanno preso la decisione più dura di tutte, dare l’aut aut: o rispetti le regole e ti fai curare, o esci di casa. Lui è uscito. “Sapevamo che stava da un’amica, abbiamo provato persino a denunciarlo al Tribunale per i minorenni, un calvario che non auguro a nessuno”. Qualche mese dopo Pietro è tornato, si era apparentemente ripulito, a casa l’hanno riaccolto con entusiasmo dandogli fiducia. I genitori gli hanno trovato un lavoro presso una azienda tessile, spiegando la situazione al datore di lavoro che ha compreso e lo ha valorizzato “per tutta la sua intelligenza e caparbietà nel provarci”. Ma il percorso di cura dalla dipendenza da sostanze non è mai lineare. Gli inciampi sono frequenti, inevitabili. Con i lockdown, l’anno scorso, è arrivato il momento peggiore, “entrava e usciva da casa come se la pandemia non esistesse, alla spasmodica ricerca di roba, sul lavoro non riusciva a rispettare gli orari, si addormentava svolgendo le sue mansioni mentre io come medico facevo turni doppi in ospedale, i fratelli erano in Dad e il papà in smart working”, racconta Alessandra. L’aut aut a questo punto è stato doppio: sia al lavoro sia a casa. E lui se ne è andato di nuovo. “Ogni tanto tornava a fare la doccia mentre io ero al lavoro e c’era il suo papa – dice ancora scossa la mamma -. Allontanare da casa i figli per spingerli a salvarsi è il dolore più grande che si può immaginare. Ma noi siamo la testimonianza che a volte, insieme a tutti gli altri tentativi, anche questo serve”.

Pietro ha ricominciato a volersi bene e si sta curando. E’ alla comunità Casa del Giovane di Pavia con lo psicologo Simone Feder che sulle storie di Rogoredo ha scritto un libro, ‘Alice e le regole del bosco’. Ieri c’era anche lui, insieme ad Alessandra, a Pietro e ai volontari del Cisom, Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta, che ogni settimana sono lì con Feder, a cercare di agganciare giovani strappandoli dalla droga. La sfida collocare urgentemente i ragazzi, quando li si intercetta, in strutture di ospitalità temporanea per il sollievo e la disintossicazione come quella che era stata allestita da Fondazione Eris e Smi in via Ventura. Ma la sfida è anche per le famiglie, sorride Alessandra. “Pietro è bravissimo e coraggioso, adesso sa prendersi cura di sé, riconosce il valore dell’aiuto. Dice sempre che deve ringraziare la morbidezza del padre, e anche l’intransigenza mia”.

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