Flop primarie, ma chi vota Pd propriamente cosa vota?

Politica

Il flop delle primarie a Torino ripropone un tema che non riguarda solo il partito di Letta, ma tutte le formazioni politiche italiane

«”Conte parla ai moderati, noi a tutti”. Letta avrà anche ragione, ma il problema è se qualcuno ascolta» è la battuta oggi sulla Stampa della Jena che serve a certificare le difficoltà del partito di Letta. Difficoltà che sono alla radice del progetto, e non da oggi.

Come disse Marcello Pera a Tempi:

«[Il Pd] è da anni alla ricerca di un’identità che non trova. Che cos’è? Un partito socialista riformista o un partito che vuole tornare alle care vecchie parole d’ordine di sinistra? È in questa condizione da anni perché non sa cosa scegliere. […] Cosa vogliono diventare? Non lo sanno nemmeno loro e, infatti, finiscono per non essere nulla. Anzi, peggio: finiscono con il portare acqua al mulino dei loro compagni di coalizione».

In due per Letta e Gualtieri

L’ultimo esempio? Le primarie per i candidati sindaci. Oggi Il Fatto quotidiano racconta così la visita di Enrico Letta e Roberto Gualtieri nel quartier Tor Bella Monaca di Roma.

«Arriva prima Enrico Letta, giacchetta blu, immancabile sorriso cortese, si infila nel teatro. Poi, lo raggiunge Roberto Gualtieri. Stesso copione. Hanno scelto di fare una visita al Teatro di Tor Bella Monaca, il segretario del Pd e il candidato sindaco in pectore dei dem, il giorno dopo il flop dei gazebo a Torino e nella settimana che porta alla competizione di Roma. Sono le 18 e 30 e sotto alle travi rosse, piuttosto sgarruppate, ci sono poche decine di persone. Per trovare qualche rappresentante del quartiere tra giornalisti e ceto politico, bisogna sforzarsi. Ma qualcuno c’è. Tenacia da premiare. In due, età sopra la sessantina, si sono sedute».

In due, ecco. A Torino, come si è visto, non è andata meglio. Ai gazebo hanno votato in 12 mila per decidere lo sfidante del candidato di centrodestra. Pochi, sia in confronto a certi numeri di partecipanti che una volta le primarie del Pd sapevano mobilitare, sia in confronto alle firme raccolte per i quattro concorrenti (16 mila, dunque o hanno votato 4 mila persone in meno o quelle 16 firme erano, come dire?, un po’ farlocche).

Primarie frutto di una debolezza

Su Repubblica, Stefano Cappellini centra un aspetto importante della questione. «Il problema delle primarie è costituzionale», scrive. Esse sono «entrate nel costume della sinistra italiana per due ragioni fondamentali». Da un lato, per legittimare un leader estraneo ai partiti (Prodi). Dall’altro, per «dirimere le controversie sui candidati e vincolare le tante ed eterogenee forze politiche a un patto con l’elettorato».

Il fatto è che le primarie nel centrosinistra nascono come «rimedio» a una debolezza. E la debolezza è sull’identità del Pd, come diceva Pera.

Chi vota Pd, cosa vota?

Lo ha scritto sul Messaggero anche Massimo Adinolfi, commentando anche lui il flop di partecipazione alle primarie torinesi.

«Il profilo politico del Pd è esso stesso ancora in corso di definizione, e questo non può non riflettersi sulla partecipazione al voto. Probabilmente alla domanda: “chi vota Pd, propriamente: cosa vota?”, non si può dire che siano molti, oggi, in grado di dare una risposta univoca, senza ombra di incertezze».

Un partito al traino

L’incertezza a dare una risposta alla domanda ingenera tutta una serie di conseguenze. La prima e immediata è che, per marcare una propria identità, il Pd è costretto a insistere su tematiche divisive e di bandiera (ddl Zan, voto ai sedicenni, migranti, tassa di successione), ma la seconda – paradossale – è che il partito, oggi, è completamente al traino o di enti sovra-politici o delle urgenze imposte dai media (il “partito degli influencer” di cui scrive Lorenzo Castellani sul nuovo Tempi).

È un problema che riguarda in larga parte il Pd, totalmente il M5s, ma anche i partiti di centrodestra. Torneremo a parlarne.

Rachele Schirle (Tempi)

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