Romanzo elettorale capitolino, extended. Se Craxi era pericolo per la democrazia, ora Raggi è minaccia per Roma – prima parte

Politica RomaPost

Prima parte

Meno eletti decidi e più ne hai

Allarme, siam romani

Il sudario di Mafia Capitale

Sorella Meloni

Incapacità grillina

Raggi stretti a denti stretti

Strategie di odiatori

Seconda parte

Minaccia per Roma

Rane gonfie

Pourpourri alla romana

Neo marino marziano

Il silenzio d’oro della destra

Sindaca Meloni

1287 kmq

Cdu italiana

Le elezioni romane sono lontane. E, quando si svolgeranno, saranno congestionate in un confronto elettorale nazionale, comprensivo del voto di Milano, Torino, Trieste, Bologna e Napoli, metà Campania e Romagna, oltre altri più di 1300 comuni. Saranno le uniche elezioni dirette che testeranno il sentiment globale degli italiani non su Palazzo Chigi e quindi il Quirinale ma sul Campidoglio e le altre municipalità. Si fanno notare, mentre si fa un gran parlare di tagli burocratici e semplificazioni amministrative, il comune più piccolo, di soli 30 abitanti e addirittura la new entry, figlia della divisione del territorio trapanese.

Meno eletti decidi e più ne hai

Aumentano i già numerosi comuni ma anche i relativi consiglieri, almeno nelle municipalità fino a 10mila abitanti, grazie ad una norma paradossalmente titolata Riduzione del numero degli eletti negli enti locali. Forse non si dovrebbe votare a livello locale finché non si dimezzino, nell’attuale epoca digitale globale, almeno i quasi 8mila comuni esistenti e non si decuplichino servizi digitali e postazioni amministrative di supporto snelle e distribuite. Piuttosto che quello parlamentare, questo sarebbe un taglio razionale e giustificato.

Allarme, siam romani

Anche se l’appuntamento di aprile del voto romano è saltato, l’attenzione è rimasta sempre qui, sull’Urbe, dove ancora resta principe la politica ad illuminare a giorno l’evanescenza dei partiti. Qui si dispiega il busillis del tentativo di mantenere viva l’intubata intesa giallorossa, qui si consuma a mò di lotta grecoromana il derby tra Salvini e Meloni. I Fratelli, da sempre forti a Roma, stanno ereditando il voto centromeridionale grillino del ’18 quello che portò l’indignazione al primato. Nelle comunali del ’16 la leader sorella Meloni aveva raggiunto come candidato sindaco il 20%,  i suoi Fratelli il 12% contro il 3% dei leghisti. Nelle europee, dopo tre anni di Raggi sindaco, i 5 stelle avevano perso la metà dei voti (dal 35% al 17%) e Salvini aveva ingoiato tutta la destra (25% vs il 9 dei Fratelli ed il 6 dei forzisti); effetti del governo gialloverde. Invece nel ’19 i democratici avevano quasi raddoppiato dal 17% al 30%, effetto della nuova segreteria Zingaretti, unico a essere anche  confermato governatore laziale, carica tenuta dal 2013.

Il sudario di Mafia Capitale

Su tutto il periodo grava sulla scena l’inchiesta Mafia capitale, divenuto un popolare mix di retorica, merchandising e business fino ad essere gioco tra bambini. Tanto apprezzata da durare un’eternità, dal 2012 fino alle ultime sentenze del 2020, tra le quali una incredibile a carico dell’ex sindaco Alemanno, punito fondamentalmente per essere stato il primo sindaco postfascista della Capitale. Quell’esperienza non poteva passare impunita; tra fantasie e ridimensionamenti, nella migliore tradizione italica, si rispolverano cose di trenta anni prima, nell’infinita voglia di togliersi sempre gli stessi pesi dallo stomaco. Questo gioco, tipico della sinistra, è andato in parte a male, coinvolgendola nelle accuse e nelle condanne del Mondo di Mezzo. Renzi da segretario Pd e da toscano, storicamente antiromano gestì quel periodo affidandolo a Orfini che ha messo un uomo suo, Casu, alla segreteria capitolina. Orfini, orfano dei mammasantissima comunisti dovette patire, oltre la furia penta stellata, i Barca interni che cinguettava in tv della sostanziale natura da associazione a delinquere dei democratici romani. Così si è sviluppato il grande livore del Pd dell’Urbe, estraneo agli stupefacenti rivolgimenti di governo. Per quel che è stato, per quel che è successo, non è stata digerita in città l’alleanza giallorossa del Conte II anche se a sostenerla c’era un postcomunista come Zingaretti. L’arrivo di Draghi, che dedica poco tempo della giornata ad addomesticare i partiti che lo sostengono ed il cambio alla segreteria nazionale Pd con Letta hanno peggiorato le cose. I democratici sono scesi al 24% a Roma.

Sorella Meloni

Il liquefacente periodo ed il liquido comportamento dei protagonisti capaci di sostenere governi gialloverdi, giallorossi e giallorossiverdeazzurri generalissimi da emergenza, dietro al principe dei commis di Stato e di mercato, hanno facilitato Sorella Meloni, l’unica ferma in posizioni univoche. Il suo partito è cresciuto al 20%; lei, sia per i sondaggi romani di Izi Repubblica che di Tecné, ancora di più, rispettivamente al 27% ed al 54%. L’analisi di quanto comportato da Mafia Capitale sui Fratelli è uno spettacolo sociopolitico. Il partito mantiene un link storico, evidenziato dalla fiamma del simbolo, con i precedenti Msi ed An in collegamento storico con l’Antirepubblica. Mafia Capitale con le condanne di Alemanno, Gramazio e Tredicine e con la criminalizzazione di Ostia, avrebbe dovuto smantellare quella presenza postfascista capitolina che negli anni ’90 aveva fatto del partito di Storace, il primo in città. Invece quella distruzione, associata al suicidio politico dell’ex capo Fini, al trasloco di tanti ras, al seguito di Gasparri, in Forza Italia, ed alla vittoria per le vestigia della ex Fondazione An, hanno spianato il terreno, ripulendo tanta storia pregressa, all’unica leadership della Georgia. L’unica peraltro, con la Lega, che ha mantenuto una forma partito tradizionale fondata sulla reale presenza e militanza, capace di vivere anche senza gestione del potere.

Incapacità grillina

Gestione che invece è stata mortale per i pentastellati, dovunque e soprattutto a Roma. La perdita di consenso è stata continua ed inarrestabile per la sindaco Raggi, a prescindere dai suoi casi giudiziari. Sono 7 su 10 i romani che non la vogliono più. Inutile qui ripercorrere l’incredibile stato del degrado avanzante nei settori di rifiuti, mobilità, sicurezza o dei corpo a corpo con la propria giunta e le proprie utilities. Basti ricordare che il 25 maggio il Campidoglio rischia il commissariamento sui rifiuti, se il Tar del Lazio confermerà l’ordinanza regionale. Il governo grillino ha dato il colpo di grazia, a prescindere dalle condanne della Corte dei Conti o del mancato stadio, alla città. Altro che applicare lo status costituzionale speciale di Roma Capitale. In audizione alla Camera, l’ex presidente della Corte Costituzionale Cassese ha specificato che A Roma c’è un problema endemico di capacità amministrativa. Qualsiasi indicatore di efficienza amministrativa conduce a conclusioni molto negative per un’istituzione che non riesce nemmeno a svolgere funzioni erogative semplici come pulire le strade, tenere le arterie in buone condizioni o trasportare i cittadini. Il Comune di Roma avrebbe bisogno di almeno dieci anni di bonifica. E’ evidente che più che il cambiamento di un sindaco bisognerebbe affrontare la gestione dell’amministrazione spicciola, della sua organizzazione, della sua elefantiasi, del suo contenzioso con i rapporti con le utilities ed altri in un contesto di irregolarità e criminalità di base diffusa. Sembrerebbe che più di elezioni la Capitale abbia bisogno di un dictator con obiettivi circoscritti ma libero da lacci e lacciuoli. A tanto ha condotto l’esperienza grillina.

Raggi ritti a denti stretti

Malgrado ciò, la Raggi a denti stretti, l’ex collaboratrice dello studio Previti, si è voluta ricandidare a tutti i costi, rischiando una tranvata epocale. E per poterlo fare, ha dovuto dividere i gialli dai rossi, incrinando le strategie grillina dei Conte e piddina, in continuità da Zingaretti a Letta. Si è appellata alla piattaforma Rousseau, infrastruttura di Casaleggio, al numero uno, il Grillo padre impegnato in difesa del figlio ed a Travaglio che ha subito posto l’indice su Zingaletta. Conte e Crimi che, con buona e vecchia cucina politica, avevano accettato l’unità di intenti progettata dall’Enrico ed un ampio piano di divisione amministrativa del Sud (Zingaretti al Campidoglio, Fico a Napoli, il 5s Sileri al Lazio) sono fuggiti in ritirata, inseguiti da Patuanelli e Di Maio ma anche da Di Battista e dalla Lezzi. Dalla Pisana, i 5s Lombardi e Corrado si sono sfilati.Da Rousseau è arrivata subito l’approvazione al terzo mandato di Virginia e quindi alla ricandidatura (come per la Appendino a Torino, che però non si ripresenterà).

Strategie di odiatori

La vicenda ha dimostrato quanto fosse apicale l’idea di fondare la sinistra sull’intesa PD e 5stelle, maturata dal Conte II; quella che il giornalista Sansonetti aveva bollato come annullamento definitivo della sinistra. L’idea dei Bettini e scuola dalemiana, dei Franceschini ed ala veltroniana cinematografara era che la massa congiunta democraticapentatellata fosse vincente sulle destre. Il sondaggio Winpoll del Sole24 Ore di aprile lo confermava con un solido 40% (24,2% Pd e 14,3% grillino). Di certi sondaggi, d’ambito confindustriale, governisti è facile dubitare, dopo due anni di fifa blu di sinistra e stellati di fronte a qualunque ipotesi elettorale e di sempre più scarse speranze riposte nei colpi bassi giudiziari. In realtà i democratici romani odiano i 5s considerandoli degli squadristi; gli orfiniani (la Pini, Raciti,Verducci e la Gribaudo) nel ’20 avevano votato contro la riduzione del numero dei parlamentari, contro il loro stesso partito, considerandola trionfo del populismo e umiliazione della politica. I parlamentari grillini erano a disagio con l’animo governativo, aziendalista, di regime dei democratici, il cui ossigeno è il potere; i loro elettori straccioni li odiavano anche solo per il dubbio. Per i grillini il Pd è fatto da berluschini senza Berlusconi.

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