A cosa ancora dovremo arrivare perché la politica riformi la giustizia?

Economia e Politica

Dopo il caso Palamara, la “loggia Ungheria” conferma che nella magistratura è in atto una guerra tra bande. Solo il Parlamento può porvi fine.

Come se non bastasse il caso Palamara a terremotare le Procure di mezza Italia, ora arriva anche la “loggia Ungheria” a gettare nello scompiglio la magistratura. A conferma che al suo interno è in atto una feroce guerra tra bande, arrivata a lambire persino il capo dello Stato, Sergio Mattarella. E a riprova che il Parlamento non può più permettersi di restare con le mani in mano a guardare il potere giudiziario perdere, scandalo dopo scandalo, ogni credibilità nel paese.

La “loggia Ungheria”

Già solo riassumere gli ultimi fatti è un’impresa, visto che molti grandi giornali sembrano più interessati, in articoli contorti, a dire e non dire piuttosto che a illustrare correttamente gli eventi.

A partire dal dicembre 2019, l’avvocato Piero Amara ha informato la Procura di Milano dell’esistenza di una loggia segreta, che era solita riunirsi in Piazza Ungheria a Roma, composta da importanti figure istituzionali e una quarantina di magistrati il cui obiettivo era assicurare cariche ai propri aderenti e spartire a piacimento posti ambiti all’interno della magistratura. Tra le tante rivelazioni, ce n’erano anche alcune in grado di mettere molto in imbarazzo l’avvocato Giuseppe Conte, allora presidente del Consiglio del governo giallorosso.

Amara, già implicato nel caso Eni, non è esattamente quello che si può definire un testimone affidabile (anche se è stato spesso considerato altrimenti), visto che è stato indagato per depistaggio, arrestato e condannato per corruzione in atti giudiziari. Il magistrato della Procura di Milano che raccolse le rivelazioni, il pm Paolo Storari, non riuscendo ad andare avanti nell’indagine per l’opposizione dei suoi superiori, i pm Francesco Greco Laura Pedio, raccolse tutto in un fascicolo non firmato e illegalmente (avrebbe infatti dovuto sporgere denuncia) consegnò il malloppo a Roma a Piercamillo Davigo, che allora era ancora membro del Consiglio superiore della magistratura.

Le “strane” mosse di Davigo

L’ex pm di Mani Pulite non poteva legalmente prendere quei documenti, ma lo fece ugualmente. Dopo averli tenuti per qualche mese per sé, invece che sporgere denuncia, pare che ne abbia parlato solo informalmente e «in modo vago», sostiene Repubblica, con il vicepresidente del Csm, Davide Ermini, e – forse – con il capo dello Stato, Sergio Mattarella.

Dopo essere andato in pensione nell’ottobre 2020, il fascicolo sarebbe stato inviato dall’ex assistente di Davigo, Marcella Contrafatto, a Repubblica Fatto Quotidiano, i due giornali che negli anni grazie a dossier e intercettazioni carichi di accuse, anche in assenza di prove, hanno fatto fortuna. Contrafatto non poteva certo aspettarsi che i due quotidiani «alla testa del partito delle procure insieme al Corriere» (copyright Piero Sansonetti) si sarebbero riscoperti improvvisamente garantisti e, manuale di deontologia alla mano, si sarebbero rifiutati di pubblicare le ghiottissime carte.

I giornali «insabbiano tutto»

Scrive Sansonetti sul Riformista:

«Cosa fanno i giornalisti, abituati a pubblicare qualunque intercettazione o documento segreto o velina gli venga passato da una Procura? Stavolta insabbiano tutto. Pensano: non è il caso di mettere in cattiva luce i magistrati. Mica son politici! Mica son Renzi o Berlusconi!».

Riforma della giustizia necessaria

Ma il putiferio scoppia comunque perché parte delle carte viene pubblicata da Domani. Del caso oggi si stanno occupando quattro Procure e ci sono già diversi indagati, tra cui l’ex assistente di Davigo, Contrafatto. Ma anche l’eroe di Mani Pulite si trova nei guai: non solo perché il Csm, tirato in ballo, ha «scaricato Davigo», come scrive il Giornale, dichiarando in una nota che il Consiglio «opera soltanto sulla base di atti formali e secondo procedure codificate». Ma anche perché il magistrato dovrà giustificare come la sua assistente è venuta in possesso di quei documenti. In ogni caso, l’ex ministro della Giustizia ed ex presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick, ha già giudicato il suo comportamento «sconcertante».

Davanti a un simile putiferio che, è bene ricordarlo, è scoppiato dopo il terremoto Palamara, diventano necessarie alcune considerazioni. Posto che, come dichiarato a Libero dall’ex procuratore Carlo Nordio, la questione della “loggia Ungheria” potrebbe essere tutta una «bufala», bisognerebbe apportare dei correttivi al sistema giustizia:

«Ogni procura va per conto suo, e alcuni pm si creano inchieste anche sulla base di elementi opinabili. Per questo ripeto da sempre che è interessante vedere non solo come i processi finiscono, ma anche come nascono. Il rimedio sarebbe molto semplice: come nel sistema britannico, il pm dovrebbe procedere solo sulla base di notizie di reato qualificate, trasmesse dalla polizia giudiziaria. Invece da noi fa quello che vuole, e in base al principio, male applicato, dell’obbligatorietà dell’azione penale, estrae dal cassetto un fascicolo latente, o ascolta un testimone, diciamo, fantasioso, e sulla base di quello iscrive un cittadino nel registro, chiede e ottiene intercettazioni che poi finiscono sui giornali. È un sistema ormai inadeguato, per usare un eufemismo, che va completamente riveduto».

La “casta giudiziaria” sulla difensiva

Se una riforma della giustizia sembra ormai improcrastinabile, come chiedono anche molti magistrati, c’è ancora chi ritiene, con notevole faccia tosta, che il problema sia ascrivibile a qualche singola mela marcia.

«Alla magistratura come organismo non sta succedendo nulla», afferma alla Stampa il presidente dell’Anm, la carica che ricopriva Palamara, Giuseppe Santalucia. «Potrà esserci qualche singolo magistrato corrotto. E comunque, per ogni magistrato corrotto che emerge, c’è un suo collega serio che lo scopre. Per questo mi sento di dire che la magistratura nel suo complesso è sana». Sarà anche sana, ma forse, visti gli scandali senza precedenti, sarebbe il caso che la politica riformasse la giustizia.

Santalucia è d’accordo, anzi intima al Parlamento di «fare presto», salvo poi respingere come «inaccettabile» l’ipotesi di una commissione d’inchiesta («Su quali fatti dovrebbero indagare?»). Si può essere d’accordo sull’inutilità di una commissione d’inchiesta, il problema è che Santalucia giudica inaccettabile anche uno dei punti chiavi di una eventuale riforma, la separazione delle carriere, perché «continuiamo a pensare che autonomia e indipendenza sono un valore costituzionale irrinunciabile». Tutto può cambiare, insomma, a patto che nella sostanza nulla cambi.

Trent’anni dopo Tangentopoli

Il vero guaio è che Santalucia, a quanto pare, può dormire sonni tranquilli. Come ribadisce ancora Nordio, «ho dei forti dubbi che questo Parlamento intenda procedere alla necessaria riforma radicale». Ma come chiede anche Alfredo Mantovano in un articolo che sarà pubblicato nel prossimo numero di Tempi, «che cosa deve aggiungersi ancora perché il Parlamento mostri di considerare la gravità della condizione nella quale versano i magistrati – un dibattito in Aula sarebbe il minimo sindacale – e poi affronti il problema del “che fare”?».

L’anno prossimo cade il trentesimo anniversario di Tangentopoli. Quale occasione migliore per demolire il “sistema” basato su quella che Palamara definisce la “regola del tre”: una pm indaga, un giornale cavalca la campagna mediatica, un partito lucra consensi a scapito degli avversari? Il Parlamento ha il dovere di intervenire: smetterà di farsela sotto davanti alle toghe o continuerà a parlare di Fedez?

Leone Grotti (Tempi)

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