Scalpi di inizio anno

Politica RomaPost

2015, a metà del decennio scorso, Renzi, premier (il più giovane della storia d’Italia) impose un siciliano, il primo al Quirinale .Era reduce, da un anno, dalla più grande vittoria del suo partito, elevato al 40%, cifra, berlusconiana, mai più raggiunta dai democratici. Aveva vinto inaugurando le grandi elargizioni pubbliche caritatevoli. Aveva due anni prima conquistato il partito in nome della rottamazione del vecchio, gettando in discarica gli ex comunisti dal loro stesso partito. Ed aveva fatto franco fucilare il democristo Prodi, sulla via del Quirinale. Siamo al 2013.

Il meglio di sé Renzi lo esprime nel destruens, quando può ricorrere allo spirito da indignazione permanente del paese, che latinamente odia ciò di cui gode. A Renzi non piace il siciliano ed i siciliani, neanche le campagne e la mitologia dell’antimafia, di cui il Presidente è santino, con l’emerito emerito delle stigmate di martirio familiare. Non gli piacciono neanche i miti sinistri, resistenziali e pertinisti, con tutto quanto ne deriva. Neppure gli piace il clima ecumenico da unità nazionale. Quel siciliano quirinalizio, eletto nel modo più divisivo, servì a troncare l’alleanza tra destra e sinistra. Per mantenerla Berlusconi addirittura si agitò a favore di Veltroni presidente, dopo che all’arcoriano la sinistra gliene aveva combinate di ogni. Renzi infatti era il più pericoloso ed al toscano quasi riuscì di succhiare, come ad un formichiere le formiche disperate della strana destra berlusconiana. Per quest’ultima cominciò un disastro politico, peggiore di quello della caduta del 2011, rottamazione propagandata e percepita anche se non fattuale. D’Alema, Prodi, Berlusconi, gli ex fascisti, gli ex comunisti, tanti i cadaveri che Renzi si lasciava dietro grazie alle sue improvvisazioni ed ai karakiri altrui.

Il dramma, come sempre, è il momento costruens, cui popolo e società italiani sono allergici, usi ad accettarlo solo se imposto da forze soverchianti. Il referendum del 2016, che, come quello berlusconiano, risolveva molte delle questioni istituzionali che ci trasciniamo, fallì. Venne a mancare la prospettiva futura; non ci fu decomunistazione, con il folletto sinistro scappato nei 5 stelle; non ci fu ingoio pitonesco del centrodestra da parte del Pd mentre l’anima dei passati grandi movimenti politici esalava l’ultimo respiro. Renzi non era riuscito a portare il Pd alle estreme conseguenze del suo processo di trasformazione da comunista a liberal; la maschera di una svolta, prima sofferta e poi accasciata sul potere si era dimostrata più forte dell’anima; i miti più forti della realtà. Il campo era pronto per i distruttori che arrivarono nel 2019.

Mani pulite aveva distrutto il pentapartito. L’antiberlusconismo aveva distrutto tutta la politica. Di nuovo punto a capo. Un sorprendente governo dei distruttori di destra e di sinistra alimentava la speranza di fare almeno piazza pulita di parte dei miti e delle superstizioni storicopolitiche. Evidenziava anche lo spirito statalista ed assistenziale che pervade tutti i partiti. Firenze sente e vive con l’Occidente avanzato un rapporto di amorosi sensi verso il quale invece gran parte del resto d’Italia manifesta odio malcelato. Il quasi fiorentino aveva usato quest’odio per sorgere senza volgerlo al cambio finale; gli era mancato il coraggio di rottamare Resistenza, giustizia e burocrazia, di convincere i finanziatori della finanza che quella era la strada.

Fortunatamente torna la stella destruens. Lo strafalcione agostano leghista apre il campo al contropiede. Nella crisi che si prospettava tra babbei senza idee, Renzi si inventò l’alleanza grillescademocratica, improbabile quanto la gialloverde. Mentre Conte voltaneggiava i suoi padrini, come l’avvocato che accusa in aula i suoi clienti, il toscano si faceva un partito suo. L’uomo che aveva deciso il Presidente, ora decideva anche il governo e guidava il partito che aveva abbandonato. Si sarebbe atteso di essere ispiratore, ideologo in pectore, della nuova formazione di Palazzo Chigi. Tanto più che l’avvocaticchio premier era un povero terrunciello coltivato nella sua Firenze e passato ai pentastellati come boccone avvelenato. All’ottima cucina parlamentare non corrisponde più la prospettiva politica. La destra non era più sensibile alla sirena. Meridionalismo, carità e legalismo se ne infischiavano di modernismo produttivo. Tutti i babbei gli voltarono le spalle, stufi del primo della classe incapace di attuare gli scritti belli.

Dal 40% al 4%, a Renzi non interessa più popolo e voto traditori. D’altronde è cresciuto in un partito uso a governare per anni senza voto. Per arrivare al meglio all’elezione del prossimo Presidente, rivuole un suo governo. Deve rottamare, da Rottamatore, la discarica sapendo che voto e società sono contrari irrazionalmente agli inceneritori. L’occasione, come al solito, la danno gli eventi esterni, come l’Europa non più matrigna, il governo senza forchette per i manicaretti di Bruxelles e la stanchezza dell’esproprio del potere degli arcuri dell’avvocaticchio. Nella crisi falsamente pilotata, il Pd sogna di riprendersi la guida del governo, le destre di tornare in maggioranza o di un colpo di testa dell’angosciato terrunciello che porti al voto, entrambi di accelerare lo sfarinamento pentastellato.

D’Alema, Prodi, Berlusconi, gli ex fascisti, gli ex comunisti, questi gli scalpi ben ordinati sulla mensola.

I prossimi: il governo, la rottamazione, Conte, il suo stesso partito; tanta è la voglia di nuovi scalpi per l’uomo di Rignano nel fango delle sabbie mobili dove i babbi restano a bagno. Uno sicuramente l’otterrà.

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