Il Pd di Zingaretti campa di odio strategico. Il Pd non cambia mai

Politica

Dice anzi sbraita Zingaretti dal palco della Festa dell’Unità – tutti in mascherina perché sono civili, mica sovranisti – che loro, il Pd è l’unico argine alle destre. Le destre, per dire il mucchio selvaggio di carogne, di golpisti, di stragisti, di impestati e chi sa che altro. O, come aveva detto pochi giorni fa sempre il segretario piddino, quelli che, lasciati fare, avrebbero riempito il paese di fosse comuni di morti infetti. Frasario rivelatore della sinistra inguaribilmente massimalista: l’Io ti schiaccerò di Marx, le cimici della borghesia da schiacciare una per una come voleva Gramsci, uccidere sì ma con amore, come insegnava Che Guevara. Non avversari, nemici, sottouomini da rimuovere dalla faccia della terra “le destre”, plurale, che fa più disprezzo. Chi sono le destre? Certo, i Salvini, le Meloni “mandanti” dei balordi omicidi di Colleferro; ma, più in generale, tutti quelli che hanno un pensiero eretico anzi non pensano proprio, sono costituzionalmente avidi, falsi, opportunisti, irresponsabili: non ricorda l’odio verso gli ebrei, non riecheggia la propaganda infame dei Protocolli dei Savi di Sion? 

Non c’è niente da fare: non cambiano, non possono. Meloni e Salvini, in fama di odiatori, ci vanno molto cauti, il Matteo leghista dopo alcuni scivoloni ha capito che deve volare basso se vuol restare a galla, Giorgia si tiene stretta la sua crescita e sa che non deve strafare; comunque non li senti mai attaccare “le sinistre” con accenti così furibondi. Ora, si può capire che Zingaretti, cucinato sulla graticola del Politburo, segretario ormai morto che parla, si sia convinto che deve inasprire i toni. Ma così? In questo modo volgare, improbabile, un vaneggiare a volte da osteria? Siamo al paradosso continuo: più se la tirano da buoni, da solidali, da ragionanti e più sragionano delegittimando i bersagli sul piano umano prima ancora che politico. Come una specie diversa, non umana, disumana. Come un virus o una forma aliena. Salvini riscuote, come accade in democrazia, contestazioni strapaesane: lanci di pomodori, una esagitata congolese assunta dal Pd che gli strappa il rosario e lo maledice, gli fa il voodoo: una giornalista marocchina sempre in quota Pd trova che se lo meriti perché “col rosario provoca”. Il sardina Mattia, quello dei proclami sull’amore, quello che sul Pd ha costruito il suo castello di sogni, non trova di meglio che auspicare per il capo leghista la legge del taglione: ma chi davvero fomenta quest’odio? C’è una gara a chi la spara più violenta, attori, registi a finanziamento statale, vignettari, scrittori da premio Strega si abbandonano a insulti i più crassi, triviali. Ovviamente in nome della lotta al sessimo e della difesa delle donne. Non hanno esitato neppure sul cadavere ancora caldo del giovane Willy, riducendolo a macchietta del fascismo-risacca e del razzismo di ritorno. Ma i quattro omicidi seguivano i leader del governo giallo-rosso e ascoltavano Fedez, il marito della Ferragni che straparla di “subcultura fascista”.

No, non è fascismo, è mafia, mentalità mafiosa, ha corretto il procuratore calabrese Nicola Gratteri. Ma chi l’ascolta nella furia di voci impazzite, nel grugnire di porci e nel belare di pecore matte? Zingaretti, che aveva salutato il ritorno del Pd al potere a mezzo dell’ennesima manfrina di Renzi al grido “oggi comincia il governo dell’amore”, non manca mai di evocare “le destre” con ringhi e contorcimenti che gli deformano la faccia. E i servi, dietro, a fare le stesse smorfie tra la repulsione e l’orrore, ah queste destre, questi scarti, questi mostri, questi affogatori di bambini e di migranti, ma scherziamo, ma dove ci porteranno se li lasciamo vivere? Vecchia storia l’odio strategico da sinistra, dai proclami di Babeuf alle foto nel mirino e ai ciclostile extraparlamentari anni ’70, il Negri che esaltava la violenza non levatrice della storia ma distruttrice tour court, il Sofri che così commentava l’omicidio del poliziotto Calabresi: “Un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”. La lotta di classe perenne come alibi per giustificare tutto, gambizzazioni, esecuzioni, damnatio memoriae. I compagni delle brigate rosse che sbagliavano, ma neanche tanto, l’esultanza scomposta, sconcia del consiglio comunale meneghino, a maggioranza centrosinistra, alla notizia della morte del giovane Ramelli, sprangato da un commando di universitari, dopo orrenda agonia durata 45 giorni. Non cambiano, il dna è quello, la genetica è quella: io ti odio, ma chi odia sei tu e proprio per questo meriti il mio odio. Zingaretti, politicamente inetto, sta sbagliando anche l’uscita di scena. Il PD è un partito che si è votato al lusso, al disprezzo dei poveracci mantenendo l’antica intolleranza come unico collante, come elemento superstite di riconoscimento storico. Siccome la democrazia è una gran bella cosa ma non è mai davvero reale, è roba da eletti non da elettori, pare abbiano democraticamente deciso di consegnare a Zingaretti Roma in modo da toglierlo dal disastro del partito, dove verrà sostituito dal governatore emiliano Bonaccini. Peggio di Zinga sarà difficile fare ma una cosa è certa, neanche il Bona potrà sottrarsi alla campagna d’odio perenne, alla demonizzazione perenne del nemico. Per la semplicissima ragione che se lo fa, viene subito fatto fuori dal partito in fama di apostata. “Le destre” non saranno granché, ma le sinistre sono questo e restano questo

Max Del Papa (blog Nicola Porro)

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