Atalanta, Dea Martire

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La finale del campionato europeo è stata giocata da 11 giocatori di colore e 11 bianchi. Il parigino PSG non schierava nessun francese blanc ma tre spagnoli, due argentini, un italiano, tre brasiliani, due francesi di colore ed un tedesco di colore. Il bavarese Bayern giocava con 4 tedeschi bianchi e tre di colore, uno spagnolo, un croato, un polacco, un francese di colore ed un canadese di colore. I 4 milioni di neri francesi ed il mezzo milione di neri tedeschi rappresentano metà del top sportivo europeo. Anche l’Atalanta ha solo due italiani e mezzo su una formazione fatta da svizzeri, belga, olandesi, tedeschi, croati, sloveni, argentini e colombiani, di cui uno solo di colore. Tutti insieme ed oltre guadagnano come la stella del PSG Neymar, €36 milioni netti a stagione e valgono quattro volte meno dei francesi (€262 vs €802 milioni). Nella squadra bergamasca dei quasi 200 gol in due stagioni quest’anno nessun italiano ha mai segnato. Il lunghissimo periodo di gare, deludente per l’Italia, ha visto due formazioni nerazzurre all’apice, una in Champions fermata ai quarti, una nella League sconfitta in finale. La prima è l’Atalanta.

Per anni sono stati i nerazzurri minor, quelli dell’Atalanta. Come se Bergamo fosse una periferia di Milano, un suo pezzo dell’hinterland. In effetti nella avanzante Rer meneghina la città orobica è un punto d‘arrivo e di partenza mentre Orio al Serio è già il secondo aeroporto milanese in dirittura per divenire se non il primo, il più comodo. L’Internazionale, l’unica che è sempre stata in serie A, sempre nerazzurra ma ora con strisce fulmini, nacque nel 1908 da un gruppo di scissionisti quando in teoria l’Atalanta esisteva già da un anno pur in maglia bianconera. Anche la Società Ginnastica Atletica Atalanta era stata il frutto di una scissione, dalla Giovane Orobia, fondata nel 1901 nella palestra del Liceo Sarpi. La nuova società sportiva nasceva per portare al Borgo nella città bassa lo sport, fin allora dominio della Bergamo alta, circondata dalle antiche mura venete dove operava dal 1878 la Bergamasca Ginnastica e scherma che aveva inglobato lo svizzero Football Club Bergamo nato nel 1903. La fusione tra Atalanta e Bergamasca, che introdusse i colori nerazzurri, fu dovuta a costrizioni esterne e si rivelò difficile, tormentata con annosi strascichi. La nuova squadra arrivò in serie A solo nel ’36 dove l’Inter l’aspettava fin dall’inizio del ’29.

A cavallo tra Lombardia e Veneto, Bergamo condivide con Verona la fondazione liceale della squadra di calcio e la conseguente scelta di un nome greco, Atalanta per l’una ed Hellas per l’altra. La ragazza sexi del simbolo delle maglie bergamasche è l’umana, bionda, figlia di re, Atalanta scorbutica, perché cresciuta con gli orsi, poi trasformata in leonessa; un mito lesbico associato alla persiana Datmà andata in sposa al re di Persepoli, a Medusa e Pallade; una cacciatrice, una combattente, regina della velocità da i capelli al vento,  come Diana dea della caccia. Una donna che sfida gli uomini sul loro terreno e che uccide i perdenti nella corsa, una dea che gli orsi bergamaschi, gli Orumbivi o Orobii, non possono che adorare.

Al Nord nell’accentramento dei capitali di Torino e Milano è dura per gli altri. Le due capitali su 117 campionati, a girone unico e non, hanno lasciato loro solo 27 scudetti, sotto il Po solo 10. A Milano stanno 27 coppe internazionali, a Bergamo il record di vittorie di B, di squadra cadetta europea con il miglior risultato nelle coppe, la semifinale di Coppa delle Coppe e di presenze, 59, in A per un non capoluogo di regione oltre una Coppa Italia. Perciò è la regina delle provinciali oppure provinciale terribile da far venire il mal di denti a Guardiola come al Grande Torino; il che significa anche fare da vivaio e da nave scuola per i giocatori destinati alle grandi a partire, ieri come oggi, dai Cabrini e Scirea ai Petagna (comprato a 1 milione, venduto a 13), ai Bastoni (venduto per 31 milioni), Gagliardini (per 28 milioni), Mancini (15 milioni), Kessiè (32 milioni), Masiello (2,5 milioni), Cristante (comprato per 4 milioni, venduto a 30), Castagne (comprato per 6,5 milioni, venduto a 20), Conti (dal vivaio al Milan per 24 milioni), Spinazzola (che tra i bergamaschi si rivaluta fino a 29 milioni), Caldara (venduto dal vivaio per 27 milioni ricomprato a 15 milioni) e Kulusevski (pagato meno di 100mila e venduto per 44 milioni). Un giocatore della Dea 4 anni fa costava 400mila, oggi 1,34 milioni.I Papu, Iličić, Zapata, Muriel, Hateboer, Gosens, Palomino, Freuler costati 15 milioni da sconosciuti o quasi, provenienti dai team anonimi di Zurigo, Groningen, Ludogoret e Lucerna.
ne valgono almeno il triplo.

All’inizio dell’ultimo decennio l’Atalanta lotta come sempre per la salvezza arrivando 18esima, ma l’anno dopo sale già al 12simo posto, poi nel ’13 finisce 15esima, l’anno dopo 11esima, poi 17esima e tredicesima. Dalla stagione ’16-‘17 finisce la ricerca della salvezza per nuove aspirazioni; l’Atalanta dal ’17 ad oggi arriva quarta, settima, poi due volte terza con l’escalation di 72, 60, 69 e 78 punti, con 21, 16, 20 e 23 vittorie, con più di 2mila attacchi e 500 tiri in porta, 98 gol fatti e 48 subiti, primo attacco e quarta difesa; inoltre vincendo il campionato primavera. I risultati maturati negli allenamenti di Zingonia hanno effetto sui bilanci, più di tre di fila in utile, con il raddoppio del fatturato dal 2014 al ’18, e un utile da 24,4 milioni. L’anno dopo il fatturato cresce di 33 milioni e l’utile è a 26,4 milioni. Nel 2020 la società ha incassato dai diritti tv 90 milioni (58,8 da serie A e 29,6 dalla Champions), dal botteghino europeo, fintanto che c’è stato, 3,9 milioni (2,6 milioni solo per Atalanta-Valencia con 850mila di affitto di San Siro), dall’Europa League 57,5 milioni (due anni fa furono 10) di cui 15,25 per la qualificazione, 2,2 milioni di coefficiente Uefa e 7,2 milioni di parte variabile. Se l’Atalanta guadagna in Europa 30 milioni meno della Juve (a Torino 30 milioni  solo per la qualificazione, al Real Madrid 35,5) dipende dal blasone, vale a dire dai risultati delle annate pregresse.

Forse, malgrado i risultati peggiori, a questo si riferiva Agnelli, presidente bianconero, quando dichiarava le famose stupidaggini che fecero infuriare il bergamasco Feltri, vale a dire che fosse ingiusto che l’Atalanta disputasse la Champions poiché non non ha una storia gloriosa, discorsetto che venne bollato come emerito diritto di successione senza meriti sportivi, di fronte ad una squadra che gioca bene, pur non avendo alle spalle una delle maggiori fabbriche di automobili del mondo. Memorabile invettiva feltriana che ha lasciato il segno. Eppure l’Europa calcistica premia con soldoni anche il sangue bleu, che pian piano anche la Dea sta sentendo scorrere nella vene. Per altri versi i bianconeri non volendo hanno aiutato l’Atalanta. Tutti la mettevano in croce, esplosa l’epidemia, per le vittorie internazionali, per le 8 reti agli spagnoli. Tutti a dire, cominciando dal primo dei bergamaschi, che quelle partite non si dovevano fare: né far riunire il 19 febbraio, 45mila bergamaschi a San Siro per Atalanta Valencia, la partita zero; non si dovevano per il ritorno avere migliaia di bergamaschi attorno allo stadio spagnolo, incluse le decine di infermieri e medici che il giorno dopo, con tanto di mascherina, esibivano nei corridoi ospedalieri il trionfo con bandiere e magliette nerazzurre. Poi in Francia fecero gli stessi discorsi per l’incontro con la Juve e l’argomento si spense da sé.

L’attacco dei quasi 100 gol di un’Atalanta così, davvero Dea (8 al Sarajevo, 7 al Torino e al Lecce, 5 al Milan, al Benevento e al Parma, 4 all’Inter, 3 alla Juve) veniva oscurato non dalle buie parole di Agnelli, ma dal martirio per il Covid che ha messo alla prova la tenuta psicologica dell’intero ambiente bergamasco, manifestato dai turbamenti di Gosens (Dopo il Valencia felici per un’ora prima di tornare a parlare della situazione a Bergamo), di Iličič, sloveno dal passaporto croato fuggito da bambino dalla guerra in Bosnia e di de Roon che ha rimandato il  matrimonio .

Tra tante città italiane martiri fake, Bergamo martire lo è divenuta veramente. Lo si capiva davanti ai camion dell’esercito per le strade cittadine carichi di decine di bare che non trovavano più posto. Lo si capisce davanti alle mancate zone rosse di Nembro e Alzano Lombardo, in Valle Seriana che tra 21 febbraio e 7 marzo tiene aperte 400 aziende, con 3.700 dipendenti. Da febbraio, quando l’epidemia ha messo in ginocchio la bergamasca, una delle province più colpite nel mondo, ci sono state centinaia di vittime fino ai 251 morti del 23 marzo (729 vittime nel mese rispetto alle 141 del 2019). Sui 35.445 decessi italiani, ad agosto, i 17mila lombardi, i morti di di Covid a Bergamo solo nel mese di marzo sono stati 5mila; fra gli ultimi Cristian, il 34enne di Casnigo scomparso ad agosto. Dopo 137 giorni terribili la città si è scoperta con 35mila contagiati, il 57% dei cittadini positivi, il 30% tra il personale sanitario, passati dall’ospedale Papa Giovanni XXIII, Bergamo Est, Bergamo Ovest, Humanitas Gavazzeni e pure dalla fiera dove c’era un’ala del Papa Giovanni, sempre sotto un diluvio di critiche mediatiche che condannava lo sforzo del sistema sanitario proprio come Agnelli stigmatizzava le vittorie atalantine. Fino al giorno in cui il signor Carrara di Albino, in provincia di Bergamo, dopo 115 giorni di ricovero, isolamento casalingo tra marzo e luglio e 28 tamponi, perso il padre Valerio è  tornato dalla moglie Simona e dai figli. Fino al giorno del sospirato contagi zero. La recita da commedia dell’arte vissuta e interpretata per tanta parte d’Italia, a Bergamo è stata tragedia.  Come nella peste diffusa dai lanzichenecchi nel 1630 che fece un milione e centomila morti‎, tanti quanti gli attuali abitanti della provincia bergamasca. Come sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che fece un quinto delle vittime di quest’anno

La città più martoriata d’Italia, sussurrano i lombardi, ha scontato l’impennata virale proprio per quella dannata e infinita voglia di fare che fa girare i bergamaschi di continuo a lavorare in ogni dove. 120mila abitanti, simbolo del lavoro (tasso di disoccupazione più basso di una regione che già l’ha molto bassa; prima per l’incidenza percentuale dei redditi da impresa, seconda per quelli da lavoro dipendente), non della ricchezza (settima in Lombardia per il reddito medio pro capite con un grande quartile under €10mila l’anno). Il lavoro è una vocazione qui, pòta (post ea, cioè dopo ciò) il lavoro, ne viene altro con rassegnazione e fiducia. Una città, così, provincia modello, più piccola di Torino, eppure tra le più produttive del Paese, per citare ancora Feltri, ha la squadra che gli assomiglia e che merita; una squadra di campioni operai (sarà per il monte ingaggi tra i più bassi, sarà per quelle facce umili, così poco dive), che abbinano tecnica al duro lavoro della corsa, con un presidente, Percassi, con i fiocchi e i controfiocchi, ex calciatore difensore atalantino la cui vita meriterebbe romanzi e film per l’escalation da selfmade man, con uno stadio, da quello intitolato nel 1928 al fascista Brumana, all’attuale Atleti Azzurri d’Italia il cui nome cambia in funzione dello sponsor e dell’incasso (ora è Gewiss Stadium, azienda elettrotecnica italiana) e che assumerà molto probabilmente i canoni europei in tempi molto brevi. Non è una favola, ma calli sulle mani, pianto e forza per rialzarsi, ciò che l’Italia ha così poco.

Nel 2020 le grandi hanno vista la Dea volare via; l’hanno guardata mentre in quarantena le vespe le ronzavano sul viso; mentre la sua casa veniva danneggiata; eppure appena uscita è tornata veloce più di prima, migliore italiana in Europa.

Per questo il 2020 è l’anno dell’Atalanta, fra i suoi orsi di Bergamo, con una nuova dicitura di forza e d’orgoglio, per la ragazza che non teme il lavoro, Dea Martire.

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