La rappresentanza dei territori in Parlamento è un valore. No al Referendum

Politica

Sono decenni che i sociologi almanaccano sulla divaricazione tra “Paese legale” e “Paese reale”.  Sono decenni che i commentatori lamentano la lontananza del “Palazzo” dai cittadini. Sono decenni che, chi più chi meno, le forze politiche cercano di intestarsi la rappresentanza dei “territori”.

È tutto vero, è tutto giusto. Non a caso nel Parlamento di più nobile tradizione, quello britannico, gli eletti vengono qualificati in base alla contea che li ha espressi. “La parola al deputato Tal dei Tali dello Yorkshire”, dice, pomposamente, lo speaker della Camera dei Comuni. Segno che nel Parlamento considerato “Padre di tutti i Parlamenti” i territori contano persino più dei partiti. Ebbene, la brillante idea per avvicinare eletti ed elettori esibita dai grillini e da chi intende votare Sì al referendum costituzionale è quella di ridurre ulteriormente la rappresentanza dei territori in Parlamento. “Avremo una perdita di rappresentatività che assesterà un colpo durissimo alla nostra democrazia”, ha infatti osservato la costituzionalista Lorenza Carlassarre. Una perdita, per giunta, disomogenea e foriera di clamorose diseguaglianze. Mediamente, si taglia il 36,5% dei parlamentari. Ma poiché abbiamo a che fare con un taglio lineare dissennato pesato solo per essere esibito come un trofeo, alcune regioni ci perderanno di più. Record negativo, quello dell’Umbria: -57,1% di senatori.

Tra i tanti effetti perversi della cosiddetta riforma, spicca il fatto che pur avendo meno della metà degli abitanti, il Trentino Alto Adige avrà lo stesso numero di senatori della Calabria.

La rappresentanza dei territori è un valore

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