Da Simone Feder la confessione di Alice: dalla schiavitù del Bosco di Rogoredo alla riconquista della vita

Milano

Una testimonianza vibrante di verità. Una verità scomoda. Uno squallido pezzo di vita, squadernato con sobria ma dettagliata sincerità. Emerge una lucidità matura, un raccontare il tempo monocorde vissuto al Bosco di Rogoredo, con il guizzo di un’umanità protesa, lo sguardo attento, spesso consapevole. Alice, la protagonista, vive il disagio adolescenziale, come tanti, frequentando la scuola, sbuffando per una madre un po’ noiosa, segretamente, forse, alla ricerca di risposte ai suoi perché. L’incontro con Samu è amore, volontà di condividere desideri e pensieri. Succede: il Bosco irretisce la sua volontà e non c’è più spazio per la vita cosiddetta normale. Eppure custodisce un canto di colori, sulla pelle le vibrazioni di una natura che cambia, ma che risveglia in modo costante, la melodia dell’anima “Ci sono gli alberi, i fiori, gli animali; la natura è accogliente, ti abbraccia….Mi piace, anche se è presto. Mi piace soprattutto d’inverno quando vedo l’alba salire lenta e illuminare i campi. I banchi di nebbia fluttuano a pochi metri dal suolo, non sembra nemmeno di essere sulla terra. Mi piacciono i contrasti, le giornate fredde di sole, i temporali d’estate, la luna piena e bianca nelle notti buie.”  Dice “Il bosco non è una metafora, esiste davvero…Quando però cala il buio, il bosco cambia, mille occhi si accendono nell’oscurità, tutti ti fissano, qualcuno aspetta solo che ti addormenti. Ma ormai ci sei dentro e non trovi più il sentiero del ritorno.” Ma ha l’odore della schiavitù, dell’abbrutimento umano, della morte. E il bosco detta le sue leggi, scandisce le ore con le “voglie” irrefrenabili di droga, accumula degrado, snatura la vita. Il racconto della tragedia che corrode gli affetti, l’amicizia, l’intero mondo esterno, ha la sobrietà di chi non vuol giudicare, ma relaziona fatti, sensazioni. Con la leggerezza del rispetto e forse dell’ammirazione.

Un pezzo di vita da dimenticare o da ricordare, non so. Vero è che le leggi del bosco soffocano il lungo andare del tempo, umiliano la dignità, uccidono la giovinezza “Ma al bosco non fa molta differenza se sei bella o brutta Anche il sesso non è molto importante. C’è solo una merce di scambio al bosco e sono i soldi e la roba. Tutto il resto non conta. In questo, è molto democratico…La cosa più incredibile del bosco è che, anche se sai che fa schifo, lo desideri.”  Quell’inferno ha molti gironi, è l’abisso da misurare per pensare ad una possibile risalita. La ripetitività dei giorni non raccontano il tempo che passa per Alice.

Un pezzo di vita bruciante  scandito dagli orari dei treni, dal dondolio del viaggio che si ripete e si ripete ancora per portarla là, tra le sterpaglie di un bosco stregato e raggiungere quella scala sporca di sangue, di rifiuti, di siringhe abbandonate. E l’aberrazione della strada “La vita in strada è difficile, ma ti fa osservare il mondo da un’altra prospettiva, quella dei reietti, dei dimenticati. Ormai sono abituata alle occhiate della gente, tra il disprezzo e la pietà, a ricevere smorfie se chiedo qualche centesimo, a essere cacciata in malo modo dalle guardie”

La scuola è lontana, l’amica Daria tenacemente coraggiosa è decisa a riportarla alla “normalità”, poi c’è la professoressa Maggi che non si dà pace, la sorella che ha intuito, ma non vuole prevaricare. Anche  il tempo ha le sue regole, propone avvenimenti, incontri, una panchina su cui ossessivamente aspettare Samu, inghiottito dalla strada per ottenere quanto basta per una “pera”. Un cartoccio di stracci, senza volontà, salvato in overdose da un ferroviere. Una donna partorisce nella cascina abbandonata, Marco si butta sotto un treno, Sara trascina la sua solitudine come un fardello pesante. Un disagio di vivere che non conosce soluzioni, la sensazione di essere abbandonati a se stessi, di non riconoscere l’affetto dei famigliari, ma la scintilla dell’amore non muore: quando il padre va a cercare Samu divampa la tenerezza per quel figlio insaccato nella sporcizia, irriconoscibile. Gli dice: «Ti porto a casa, Samu, dobbiamo farti curare». «Sì, papà, grazie.» Samu non ha che un filo di voce.

Un pezzo di vita da strappare e non importa quanto faccia male scarnificare l’anima. Michele, un volontario, una mano tesa che sa aspettare con pudore, perché ci vuole tempo. Vigilia di Natale al banchetto dei volontari, un piccolo panettone e l’incontro. “Quando riconosco i miei, tutto dentro di me si squaglia in un liquido che mischia amore, gioia, paura, tristezza, coraggio e gratitudine”. Quel pezzo di vita finalmente può morire nelle sterpaglie, ma non sarà facile. “Quante cose mi ha tolto il bosco, solo ora me ne rendo conto. Mi ha tolto i numeri 26 e 56, mi ha tolto il rumore dolce delle rotaie, la bellezza di farsi cullare dal treno. Mi ha tolto i campi brillanti che scorrono fuori dal finestrino nelle giornate gelide e soleggiate d’inverno, il profumo dell’aria umida d’estate, che sa di vacanze al mare; mi ha tolto molte altre cose, come la convinzione che esista una linea netta tra quello che è giusto e quello che è sbagliato. Il bosco ciò che toglie, di solito, non te lo restituisce, sparisce con lui per sempre tra i sentieri che si perdono nelle notti buie, quando piove e c’è il fango. Il bosco è un cimitero di cose perdute.” L’accettazione di sé, il reinserimento nel quotidiano sono la forza che vuole nella fragilità, ma il mondo nuovo ha i pastelli teneri dell’affetto che la circonda. “Perdonare è quello che ci rende esseri umani. Perdonare assomiglia a tornare a casa, ritrovarsi quando ci si è persi. Scoprire qualcosa di nuovo è bello, ma ritrovare qualcosa che si è perduto è meraviglioso. È per questo che oggi, in questa tiepida giornata di sole, sono grata alla vita, ma soprattutto a me stessa, per averla di nuovo tra le braccia, e per aver avuto il coraggio di perdonarmi e di aggrapparmi alla mano di chi me l’ha tesa.”  Vai Alice, c’è il tuo sole “arancione” che ti aspetta…

Alice è diventata un’amica, un riferimento per superare un ostacolo,  la memoria della onestà nel suo raccontare, perché le sfumature della sua complessità sono ricchezza umana. Alice si è diplomata e ci regala questa testimonianza di speranza.

È stata Alice ad affidare la sua storia  a Simone Feder, psicologo ed educatore nelle strutture della comunità Casa del Giovane di Pavia dove è coordinatore dell’Area Giovani e dipendenze,  che l’ha trasformata in un libro Alice e le regole del bosco” edito da Mondadori

Nene Ferrandi

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