Le illusioni smart

Politica RomaPost

Nel contesto dei sussidi, dei redditi di cittadinanza, dell’idea della prossima scomparsa del lavoro manuale, del sospetto diffuso che il lavoro fosse quasi sempre inutile atto burocratico e che carriere ed emolumenti fossero figli del caso baro nel mix millenaristico di tecnologismo robotizzato e di regressione felice, lo smart, fuori dal mondo del lavoro, venne del tutto mal interpretato; l’ennesimo motivo di invidia del lavoro autonomo verso quello subordinato. Nel clima, i sindacati si astennero sia dall’intervenire che dall’essere, spiazzati dai movimenti di realtà. Nei dibattiti, accademici, anche da battaglia come De Masi, ex sindacalisti, politici, manager che già si erano misurati con vasto insuccesso su temi di moda adottati dalla partitica, come la mobilità urbana farneticavano trattando lo smart fuori dal suo senso di essere.

Così lo smart working divenne la panacea per esempio contro la scarsa natalità. Il ragionamento, cavernicolo più che elementare era arguto; le persone, fisse a casa, avrebbero avuto più rapporti sessuali e quindi più figli. Un ragionamento che non si soffermava sull’età, purtroppo avanzata, dei lavoratori subordinati amministrativi; sull’alto numero, tra di loro, di divorziati e separati e sui costi proibitivi della figliolanza. Venne richiamato un altro mito religioso dei nostri tempi, la CO2. Lo smart avrebbe permesso al singolo lavoratore, non muovendosi anche solo metà settimana, di non inquinare, come se piantasse 18 alberi all’anno. (Poi un altro dibattito cervellotico ha suggerito che troppi alberi fanno effetto serra. L’effetto reale è stato, dopo mesi di fermo globale delle attività, di una stasi dell’inquinamento). Non solo, lo smart avrebbe finalmente indotto il 74% dei maschi riottosi ad affrontare le attività domestiche. Grida di delirio e gioia. Non si capiva però perché condividere lo straccio a casa avrebbe aumentato il valore degli stipendi femminili, mitologicamente inferiori a quelle degli uomini.

Come noto, la digitalizzazione, favolosa per opportunità immateriali, sconvolge la parte materiale ed immateriale umana . Induce più impotenza del fumo; estrania dalla realtà inducendo un senso di noia distaccata dalla realtà. Immersi nei propri device, i membri di famiglia, vedendosi tutti sempre a casa, ed ovviamente sempre uguali, si estraniano nei rispettivi schermi, ignorandosi. E fanno bene, perché se si affrontassero, si odierebbero di più fino alle estreme conseguenze. Tutto ciò già succede, in presenza o meno dello smart. Il quale non può dare figli, non può cambiare il carattere né la società. Sono decenni che i lavoratori più maturi traccheggiano in ufficio pur di non rientrare a casa (proprio il contrario delle conclusioni dello studio Mills e Täht, 2010). Infatti l’anno dopo un altro studio Mills Begall su ca. 50mila donne in 23 paesi ribadiva che rimanere a casa per lunghi periodi di tempo non è più un’opzione praticabile per le donne europee. Figurarsi per gli uomini. Ma tant’è, lo smart lo imporrà come dato economico non sociale

Immaginarsi la panacea casalinga tramite smart è un’illusione. Non lo è per la cura degli anziani, che in Italia malgrado l’epidemia sono sempre quasi 14 milioni, quasi il doppio dei giovani, oltre ai 2 milioni dotati di asegno di invalidità. La conciliazione casa lavoro si traduce in uno smart dove le attività si mescolano ad una continua, ed ambisesso, gestione di pannoloni. Qui dati di trend e l’aumento dei costi di assistenza delle badanti, rende lo smart irrinunciabile nel contesto di una famiglia ridotta ed una società poco solidale. Nei dibattiti gli esperti glorificavano lo smart come una nuova concezione del lavoro umiliando i manager che messi alle strette balbettavano di sperimentazioni con un 28% di dipendenti coinvolti al 40% delle imprese del Nord ed al  36% delle imprese del Sud (ricerca Fondirigenti, il Fondo interprofessionale di Confindustria e Federmanager per la formazione continua dei dirigenti d’impresa).

Lo smart working, immaginato dagli esperti come pratica da mantenere (Smart Working: mai più senza di Cazzarolli e Visentini, 2019), sembrava però lunare; il nuovo lavoro come complesso di condivisioni di valori, di trasparenze, di libertà, di valori aggiunti; di autonomia di tempi,  priorità e strumenti. Un mix di Hitlerjugend e armata Brancaleone, ignaro dei principi weberiani e soprattutto delle strettissime procedure di legge, aziendali e delle Authority che impediscono strutturalmente trasparenze, libertà, valori aggiunti, autonomia. Invece semplicemente lo smart ripuliva il lavoro dal grasso in eccesso; come il trasporto, nelle grandi città, 2-3 ore giornaliere di disagi e costi, nelle piccole 90 minuti; come la ristorazione e la lavanderia obbligate; come l’uso della scuola come albergo infantile associato alla baby sitter; il tutto per il risparmio di €50 quotidiani, di €1100 mensili.

Ovviamente questa impostazione del lavoro punisce ampiamente i servizi. Milioni di persone non passano più davanti ad un bar, un ristorante, un edicola, un negozio; non hanno quasi più bisogno di un auto e dei servizi indotti, dal benzinaio al manutentore. Gioisce solo il trasporto pubblico che con meno passeggeri può trovare un migliore equilibrio. Ogni risparmio si riflette in un mancato incasso. La vita certo non migliora per chi non trova più aziende affittuarie di spazi e parcheggi, acquirenti di voli e leasing. Deve essere chiaro che ogni risparmio si riflette in un mancato incasso. Lo smart di massa preannuncia una riorganizzazione, prima ancora del lavoro, degli spazi sociali; ma ciò è ancora di là da venire.

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