L’errore italiano per lo “sceriffo” Davigo? Aspettare le sentenze.

Politica

«L’errore italiano è stato sempre quello di dire: “Aspettiamo le sentenze”». Così dice Piercamillo Davigo, ospite a Piazza Pulita, La7. «Se invito a cena il mio vicino di casa e lo vedo uscire con la mia argenteria nelle tasche non devo aspettare la sentenza della Cassazione per non invitarlo di nuovo», ha aggiunto il presidente della II Sezione penale presso la Corte suprema di cassazione, membro del Csm e della sua sezione disciplinare, nonché leader del sindacato Autonomia e indipendenza.

Già il cumulo di prestigiose cariche dovrebbe far dire allo stesso Davigo – il quale spesso ama ironizzare nel solco dello stilema “solo in Italia succede che…” – ecco solo in Italia succede che un magistrato della Suprema corte sia anche un opinionista televisivo.

Dopo di che, gentile Piercamillo Davigo, la sua logica delle tre tavolette è ormai un mito. Anche l’ultima è coerente con il suo, diciamo così, “sostanzialismo giuridico”. Così coerente che nell’essere “sostanziale” ad ogni costo e stupire di apparente buon senso il pubblico italiano, sembra che abbia abbracciato una fede di sostanziale agnosticismo giuridico. Così sembra che lei non crede più alla magistratura. Non crede più allo Stato di diritto. E non pensa che la giustizia abbia bisogno del giusto processo.

«L’errore italiano è stato sempre quello di dire: “Aspettiamo le sentenze”». «Se invito a cena il mio vicino di casa e lo vedo uscire con la mia argenteria nelle tasche non devo aspettare la sentenza della Cassazione per non invitarlo di nuovo». Tutto ciò non è affatto giustizialismo. Tutto ciò è semplicemente il Far West. Ha rubato il cavallo, un asino, l’argenteria? C’è mica bisogno di un processo. Prendilo e appendilo.

Sembra buon senso che cola. E invece dovrebbe fare paura. Anche perché, fuori dalle belle comparsate televisive dove tutti la riveriscono e la applaudono, egregio dottor Davigo, poi nella vita reale lei le sentenze le coccola, le aspetta e le scrive. Eccome! Lasciamo ai lettori riflettere se e come sia compatibile con la Costituzione la figura di un funzionario dello Stato che ragiona come uno sceriffo e insegna in maniera piana, semplice e divertita, esattamente il contrario di ciò che ogni Stato di diritto e ogni Costituzione democratica insegnano.

In realtà la sprezzante prosopopea di un magistrato che abita il paradiso della Suprema corte dei supremi magistrati è solo e squisitamente arguzia politica. Sofisma di potere. Davigo infatti gode dell’opportunità di essere un personaggio pubblico. Gode della fama di essere l’astro ideologico di riferimento del ministro Alfonso Bonafede e del partito che Bonafede esprime al governo. Gode di ottima stampa. Infine l’autorità di Piercamillo Davigo dipende esclusivamente dal fatto di essere un magistrato di Suprema corte. Che dovrebbe apparire oltre che essere imparziale.

Appare imparziale? Lo è? Qualcosa non torna. Infatti non torna che un potere assoluto qual è il potere del magistrato in Italia (tanto più un magistrato presidente di sezione di Corte di cassazione), che non ha limitazioni se non nella propria eventuale buona volontà di autolimitarsi (Edward Luttwak ha paragonato l’Italia alla Corea del Nord nel comparto giustizia), si trovi a dare lezioni da sceriffo sull’«errore italiano di dire: “Aspettiamo le sentenze”».

Gentile dottor Davigo, noi ci conosciamo fin da quei giorni di trafelate mani pulite e di famoso pool di intoccabili del procuratore capo F. S. Borrelli. Strano a ricordarsi. Era il tempo in cui lei recitava la parte del magistrato e basta. Che disdegnava i palcoscenici della stampa e della tv. Mai un’intervista durante le concitate fasi delle retate. Mai una sbavatura da magistrato in carriera. Mai una battuta alla Borrelli, “servono processi?”. Che, ammettiamolo, riecheggia il famoso errore italiano.

E poi lei era così riservato che leggende metropolitane di quell’epoca la davano diuturnamente alle prese con lo studio matto e disperatissimo delle sue amate carte giudiziarie, avvisi di garanzia, richiesta di restrizione delle libertà. D’altra parte, è solo in anni recenti, dopo i tanti di frequentazione con Marco Travaglio & C., che lei si è sentito in dovere di calcare le scene della ribalta – e con quale dimestichezza, complimenti! E quale sarcasmo irriverente, applausi! – e archiviare per un racconto minore di Kafka quel suo profilo schivo e introverso di giovin pm.

Per inciso: diciamo che con noi di Tempi non le riuscì l’impresa di farci cacciare soldi per una causa di diffamazione che ci intentò – a un giornaletto messo male in arnese, piccino, ai suoi primi passi, senza una lira, che malinconia signor D! – solo perché disegnammo in copertina un dio greco col collo un po’ così, e lo titolammo “Davigo, lo Zeus incassato”.

Lei, dottor Davigo, che si sarebbe poi rivelato uno dei querelatori più veloci e fortunati del West, querelò anche noi ma perse la causa. Si immagina come prendemmo poi le sue confessioni al mitico Claudio Sabelli Fioretti, forse uno dei più tecnicamente perfetti evangelisti di Mani pulite. Tanto bravo il Sabelli che in tema di soldi (esentasse), frutto di querele, ci stupì la domanda e il minimalismo della sua risposta.

Domandò Sabelli Fioretti in una intervista a Davigo, all’epoca ancora pm a Milano, su Sette, di fine anni Novanta poi replicata e integrata su web nel febbraio 2009:

«Hai fatto un sacco di soldi a forza di querele…». «Pochissimi. Il mio avvocato sì, parecchi». «Quando vincevi quanto ti liquidavano?». «Dieci milioni, venti milioni, una volta sessanta…».

Saranno stati pochissimi. Però. Dieci, venti, sessanta milioni di lire esentasse non erano male negli anni Novanta. Dunque.

«Dieci milioni, venti milioni, una volta sessanta». «Cosa ci hai fatto?». «Ho comprato un garage e un’automobile».

Sono passati oltre vent’anni. Vent’anni di sentenze e liquidazioni in euro. Adesso sarebbe bello che una Gruber, un Formigli, un Floris, tra le tante domande tipo quella finita nel Far West, ne profumassero una alla Sabelli Fioretti, tipo: Dottor Davigo, sappiamo che l’errore italiano è stato sempre quello di dire “aspettiamo le sentenze”. Lei, invece, in qualità di visiting straniero, quante cause ha intentato, quante sentenze ha aspettato, quante altre automobili e garage?

Luigi Amicone (Tempi)

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