Gentile direttore,
è un fatto di carità che manca, invocata, pianta. E’ un fatto di solitudine nel groviglio della disperazione e nel dolore. E se le parole hanno un senso, se la preghiera può generare un contatto con la speranza, riaprite le porte alle anime, alla comunità che insieme si rafforza, ad una fede che forse è ancora una ricerca di Dio. Nessun discorso politico o storico. Non occorre riguardare il tempo e verificare l’assoluta indipendenza della Chiesa nei momenti terribili di una calamità, ma chiedere a se stessi quante volte un uomo di Dio ha illuminato un giorno, con la mano tesa per rialzare chi soffre, per saziare la fame del tormento. La Chiesa non è solo un luogo, è la culla dei pensieri, il mistico silenzio di una lacrima. E i riti un ripercorrere valori, comportamenti, esempi. Insieme, quasi fosse un abbraccio che sa consolare, ognuno con le proprie pene, ognuno con i propri segreti.
Sono morti 100 sacerdoti di coronavirus in Italia e sono martiri generosi e disinteressati. Anche questo è un fatto di carità. Viene spontaneo ricordare il buio della peste a Milano con una guida esemplare di San Carlo Borromeo, la sua fede incrollabile, l’orrore dei morti accatastati, la processione-preghiera collettiva. E la carità verso gli ultimi, i dimenticati. Il Lazzaretto fu il banco operoso dei Capuccini che non cessarono mai di assistere i malati, di portar loro i conforti spirituali e materiali, per cui più di sessanta parroci di Milano caddero vittime del contagio e morirono. Oggi alla Parrocchia si chiede pane, vicinanza, iniezioni di fede Sa la politica a quanta carità, a quante carezze di speranza ha rinunciato? Sicuramente rispettiamo le distanze, gli assembramenti, i pericoli di un contagio, ma l’uomo vuole il nutrimento della comunione per dare un po’ di tregua alla paura.
Una donna qualunque
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