Dove andranno gli ungheresi

Esteri

L’invitato più al centro dell’attenzione, al forum conservatore di Roma, è stato Orban, il premier ungherese, che per ragioni di protocollo e di etichetta, di partito e di governo, ha girato come una trottola, qui salutando con slancio la Meloni, là confabulando con il premier camaleontico italiano, per poi sorridere a Salvini ed infine riflettersi nel sorriso a 42 carati di Berlusconi. Ombra dell’ungherese, la pattuglia dei suoi 13 europarlamentari, eletti sotto il partito Fidesz. Due anni fa la furbastra e controproducente iniziativa di una postcomunista italonlandese ha condotto alla censura del partito di Alleanza dei Giovani Democratici, cui poi si è aggiunta la dicitura di Unione Civica, da parte dell’europarlamento ed alla odierna attesa uscita dal Partito Popolare. Intorno all’ungherese si sono assiepati i forzisti per convincerlo a restare nel primo partito di Bruxelles. Polacchi e fratelli lo vorrebbero con i conservatori e riformisti dell’Ecr, i leghisti in Id, Identità e democrazia, già Enf.

L’attuazione della Brexit ha determinato la riduzione degli europarlamentari da 751 a 705, con l’addio a Bruxelles di Farage e degli altri 72 inglesi. Al loro posto entrano 5 francesi, 5 spagnoli, 3 italiani, 3 olandesi, 2 irlandesi e un deputato cad. di altri 9 paesi. Il Popolari crescono da 182 a 187 membri, i socialisti scendono da 153 a 147, i liberali da 106 a 95, i sovranisti crescono da 76 a 79 deputati. Le diverse ipotesi di passaggio di Fideusz non cambiano il quadro. I Popolari a 174 non mollano il primato, né aumenta troppo il peso dei conservatori e riformisti, salito a 74, sempre sotto sovranisti e verdi. Unendosi all’Id, i magiari non gli farebbero superare né i socialisti, né i liberali. L’Ecr, con l’arrivo degli ungheresi annacquerebbe  la presenza italiana che probabilmente dovrebbe rinunciare alla copresidenza di un gruppo più magiaropolacco che italopolacco. Pur criticando euro ed Unione, i conservatori e riformisti, per le posizioni i potere ricoperte, hanno finora dialogato strettamente con la maggioranza della presidente europea von Leyen, come farebbe anche Orban, soprattutto sui temi economici ed agricoli, dove gli esteuropei, (ma anche l’Italia) a prescindere dalle idee, vogliono allargamenti di bilancio e non le restrizioni chieste da nordici e olandesi.

Diversamente la vera erede degli strali di Farage è Identità e democrazia, destra paria d’Europa, vittima di conventio ad excludendum, da parte della variegata maggioranza a quattro gambe. La sua posizione più oltranzista è spiegata dallo status di opposizione in patria  ricoperta sia dai 30 leghisti che dai 25 lepenisti e dagli 11 postnazisti tedeschi. E’ indubbio però che l’unione dei due gruppi destri, Id ed Ecr, riuniti in convenzione a Roma, rappresenterebbe un voto comune, forte di 153 membri, che potrebbero essere un polo attrattivo per  i 6 eurodeputati del Csu bavarese. Ancora meglio, secondo certe inclinazioni attuali della Lega, l’entrata di entrambi i gruppi nei Popolari creerebbe le condizioni responsabilizzanti per una diversa gestione dell’Unione Europea.

L’ipotesi, affacciata a Roma, del cambiamento di politica dell’Unione europea, attraverso i governi nazionali, necessita della convergenza contemporanea del voto dei paesi più numerosi. Si tratta di una possibilità remota ed instabile. Al contrario, perché i conservatori imparino a muoversi secondo il vento loro favorevole, il cambio può avvenire attraverso la conquista del partito di maggioranza relativa, che in nuce costituisce già una coalizione di centrodestra. Allargato ai gruppi destri, il Ppe avrebbe ben 332 eurodeputati, 18 seggi sotto la maggioranza assoluta. In questo caso, Commissione e europarlamento europei, da sempre considerati nemici dei conservatori, potrebbero essere indotti in direzione opposta. Rispetto all’ipotesi di concomitanti epocali vittorie elettorali, la via della costruzione politica di un grande soggetto di coalizione ha il vantaggio di stemperare le caratteristiche estreme più ostiche e consolidare programmi concreti anche di notevole trasformazione, sul consolidamento dell’economia continentale, sulla famiglia e sui confini. L’Italia ha già dimostrato che si tratta di un percorso possibile che ad esempio le divisioni in Francia hanno reso sempre impossibile, frustrando le attese di milioni di europei.

Tutti si sono incrociati al Grand Hotel Plaza romano, lussuosa location del suocero del premier italiano, e sede della convention, come a ricordare che nella Capitale, come in politica, ci si conosce e riconosce tutti. Recitare troppo a lungo il ruolo del duro e puro rischia una grottesca inconcludenza. Ben altro può essere il risultato del forum conservatore.

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Giuseppe Mele

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