Elezioni UK, la Brexit che verrà.

Esteri

Gli inglesi guidano a sinistra e per non smentirsi votano in mezzo alla settimana, di giovedì (mentre gli americani il martedì). Tradizione vuole che la scelta sia dovuta al giorno di mercato che facilitava il voto dei paesani, al giorno precedente la paga che manteneva ancora sobri ed al rifiuto delle ingerenze religiose che si fanno sentire soprattutto di domenica. Gli inglesi comunque votano e la melina a centrocampo delle scelte non dura anni e anni.

Il prossimo 12 dicembre dunque 44 milioni i britannici eleggono i prossimi 650 membri della Camera dei Comuni, tornando per la seconda volta ad un voto anticipato. Da Cameron a May fino a Johnson, i premier conservatori si sono trovati come cowboys ai rodei selvaggi. Il primo, che dovette affrontare tre referendum (abbandono del maggioritario elettorale, indipendenza scozzese, Brexit) non resse al successo del terzo, la May nel 2017 provò a rafforzare la maggioranza tory ottenendo l’effetto opposto perdendo 12 seggi ed il controllo del parlamento che l’attuale premier, il biondo Boris, vorrebbe recuperare giovedì prossimo. Già sindaco di Londra, ex polemico ministro degli esteri, Johnson, dalla sua investitura a premier, seguita alla vittoria alle primarie conservatrici, si è prefissato di applicare il risultato del referendum sull’abbandono dell’Unione Europea ormai risalente al giugno 2016.

Per questa linea dura di leave e per aver preteso a lungo di chiudere le trattative con l’Ue il 31 ottobre scorso, con accordo o senza, il premier ha dovuto affrontare clamorose defezioni dalle sue file, leggi vincolanti e contrarie ad personam, lettere contraddittorie per Bruxelles, fino al rischio di venire portato davanti la giustizia. Sul’Uk si è così venuto a stendere un velo all’italiana, avulso dalla chiarezza delle scelte elettorali. Il parlamento si è inceppato del tutto nell’impossibilità di approvare un qualunque accordo di fuoriuscita dall’UE, che realizza  o la sostanziale perdita dell’Irlanda del Nord o la spaccatura dell’isola irlandese in due con i rischi della recrudescenza del terrorismo dell’Ulster. La pressione dei media, della fimanza, dell’accademia, tutte a favore del remain, ha svolto tutti i suoi effetti.

Gli ultimi risultati delle ben 4 chiamate alle urne degli ultimi 5 anni però non lasciano adito a dubbi. Alle ultime europee ha stravinto con un terzo dei suffragi Farage, il castigatore delle istituzioni europee, che per l’occasione aveva abbandonato il suo UKip per il nuovo Brexit Party, spostando il risultato del Brexit 2016 in cui ben il 48% si era espresso per il remain nella UE. La piattaforma proposta era l’uscita dall’Unione con qualsiasi mezzo, anche un No Deal. Farage non presenterà candidati nei collegi a maggioranza tory, per facilitare l’esito positivo della Brexit, piattaforma comune con Johnson. Il Partito Conservatore viene dato attorno al 36%, il Brexit Party all’11%. La May era arrivata al 45% ma Boris dovrebbe superare la soglia di maggioranza, 342 parlamentari. I Laburisti di Corbyn, che propone diverse nazionalizzazioni di settore, scenderebbero dal 28% al 24 %, davanti ai Liberaldemocratici, che potrebbero raddoppiare i consensi dal 7% al 18%. Le altre suggestioni sui Verdi, sul gallese Plaid Cymru, sui nordirlandesi Sinn Féin ed Unionista Democratico, sono abbastanza fuorvianti. Lo Scottish National Party, per esempio, fortemente contrario a Brexit, è valutato sul 40%  ma solo per i 59 collegi scozzesi. Discorso analogo vale per i 40 collegi del Galles ed i 17 nordirlandesi, subissati dai 533 inglesi sul totale di 650.

L’esito dei sondaggi è dovuto anche alla chiarezza dei programmi. Di fronte ai sostenitori della Brexit, per i quali vale la data di fine trattative del 31 gennaio 2020, c’è l’incertezza dei laburisti che riproporrebbero un nuovo referendum , degli scozzesi che rivorrebbero il loro referendum. Solo i demlib sono chiaramente unionisti. Gli avversari di Johnson, che ha imposto la data del voto ed il rifiuto di ammissione al voto dei sedicenni, sembrano accontentarsi di aver battuto il Trump inglese giusto nel rimandare la data di uscita di tre mesi, da ottobre a gennaio.

Resta allora da chiedersi perché l’UK sia sostanzialmente rivolto per abbandonare l’Europa, senza accusarla di cialtroneria, stupidaggine e masochismo. A 30 anni dalla Thatcher, l’UK è quasi tutta deindustrializzata e l’85% degli inglesi lavora nell’industria dei servizi finanziari che riversa nella City oltre 58 miliardi l’anno, cui si aggiungono i 36 miliardi di sterline l’anno del turismo, i valori immobiliari, sorretti dal lavoro monopolista in edilizia del milione di polacchi, e le spese alle stelle indotte dai miliardari di Londra, metropoli che ne trattiene il gruppo più numeroso (72, quasi tutti stranieri, soprattutto arabi, russi, cinesi), cui corrispondono quasi tutti i 3 milioni di residenti europei ed il 60%,dei voti per il remain del 2016.

Esiste dunque una crasi tra la Capitale, centro politico ed economico, con il primo sindaco musulmano d’Europa ed il resto de paese. La crescita del Pil, dell’occupazione, dei redditi ($ 40mila pro capite) si chiamano soprattutto Londra mentre il paese importa quasi tutto e ha bisogno di immigrati per i lavori manuali. 8 milioni di inglesi sono molto indebitati per il 30% per spese universitarie; tutti in media per 15mila sterline. Ogni anno 105mila clandestini si aggiungono al 10% della popolazione, costituito da stranieri. Il proclamato melting pot si è rivelato un’illusione di fronte a quartieri etnici chiusi in se stessi, ai picchi dei tentati omicidi (40 mila l’anno), all’islamizzazione, ai colpi del terrorismo spicciolo dei 3 mila sospetti terroristi. Si pensi all’ultimo caso del 29 novembre del London Bridge.

L’UK non intende dire basta all’immigrazione ma vuole gestirla libera dai lacci burodiplomatici europei e no che le impediscono di regolare la materia. I 17 milioni di inglesi, operai e medi, si sentono strozzati tra il basso costo dei lavoratori dell’Europa dell’Est e del Terzo mondo ed il predominio delle élite straniere della movida e dello shopping che tendono ad espellerli. Un sentimento condiviso dai ceti elevati tradizionali che vedono snaturato il paese. L’UK che non ha aderito alla valuta unica dell’euro vuole meglio regolare finanza e hi-tech che da tempo seguono le regole oltre statali della globalizzazione. Operai e medi, in decadenza dalla crisi di dieci anni fa le ritengono ancora responsabili e rimaste immuni agli effetti del loro maloperato.

Si potrebbe obiettare che i problemi succitati sono frutto della globalizzazione e non dell’UE; e che Londra è largamente e coscientemente responsabile dell’evoluzione della globalizzazione. Tra le righe  la risposta è evidente. Se intende svolgere una politica filo globalizzazione ai suoi fini, Londra ha bisogno d svolgerla con le mani libere. Tornando al legacy tradizionale di politica estera, sempre  contraria a qualunque egemonia nel Vecchio Continente, come dimostrano le guerre inglesi del passato a Francia e Germania. L’accordo commerciale del ’72 ed il referendum del ’75 erano relativi all’unione doganale e commerciale europea nella quale l’UK entrava, da paese libero. Quale si sente sempre meno nell’Europa dell’euro, della BCE e della Commissione caratterizzata dalla prevalenza della Framania. L’UK ritiene di poter giocare un ruolo più rilevante nel mondo piuttosto che fare l’oppositore al blocco francotedesco in Europa.

Come si vede la Brexit contiene istanze comuni anche ad altri paesi (riequilibriio fra istanze nazionali e comunitarie, maggior peso degli elettorati sulle scelte comunitarie) ed insieme motivazioni precipue di un paese che resta, anche da solo, media potenza.

Una volta uscita dall’UE, l’UK potrà farsi polo attrattivo, competitor di Bruxelles, anche nei confronti di altri paesi euroasiatici

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