Di Maio e la prima repubblica: democrazia o partitocrazia? Maggioritario o proporzionale?

Politica

Quando il capo politico del Movimento 5 stelle trionfò alle scorse elezioni politiche con circa il 33% dei voti esordì: “Da oggi inizia la Terza Repubblica!”

Non è chiaro ancora che cosa vogliamo intendere con tale allegorica espressione. Con essa possiamo indicare la fine del berlusconismo, l’approdo dei grillini al governo, la trasformazione da un bipolarismo dell’alternanza ad un ritorno al complesso partitismo tipico della I Repubblica.

L’ingresso dei pentastellati in Parlamento nel 2013 ha determinato il frazionamento dei consensi in tre poli alternativi, destra, sinistra e 5 stelle. Ciò implica, a meno che non si ricada nella remota ipotesi che uno dei tre ottenga da solo il 50% dei voti, il formarsi di alleanze politiche per reggere un governo all’indomani dalle elezioni, insieme alla scelta del premier. Situazione tipica della I Repubblica, quando si parlava di partitocrazia o di democrazia bloccata. Democrazia bloccata anche perchè partiti con esigui consensi condizionavano pesantemente l’azione del governo. Altro che terza repubblica, siamo ritornati alla prima!

Vero è che siamo una repubblica parlamentare, ma potremmo quantomeno decidere una legge elettorale che ci eviti di cadere nell’incertezza politica e nell’ingovernabilità. La rappresentanza è importante, ma le esigenze e le necessità di un mondo che corre come quello attuale ci impongono decisioni rapide e chiare, non macchiate da ridicoli compromessi fatti nell’interesse di un’esigua parte politica.

La democrazia intesa come specchio del frazionato corpo elettorale non può esistere. In uno stato moderno la democrazia coincide con il governo della minoranza più forte. Ce lo dimostrano chiaramente la più grande e sana democrazia del mondo, gli USA, in cui il Presidente Trump è stato eletto pur avendo ottenuto in valore assoluto mezzo milione di voti in meno dell’avversaria Clinton. In Italia sarebbe successa la rivoluzione. Il demone del pericolo fascista e di ritorno alla dittatura non abbandonerà mai le teste della stragrande maggioranza dei nostri intellettuali. Per costoro è meglio essere condannati all’inefficienza e all’indecisione, con le attività economiche strangolate dall’oppressione burocratica. Mentre gli altri paesi europei decollano, noi rimaniamo a crescita zero.

Ad approfittarne sono ovviamente i partitini che prediligono una legge elettorale di tipo proporzionale, facendo in modo che gli elettori non sappiano che governo si vada a formare e garantendosi così un peso di contrattazione con gli altri partiti assai rilevante.

Avessimo votato con una legge maggioritaria non avremmo assistito al costituirsi di maggioranze strane o al peggior trasformismo da prima repubblica, come passare in un batter d’occhio da Salvini a Zingaretti.

C’è anche un altro aspetto molto controverso. Il governo non lo elegge il popolo. Vero. Il governo appena formatosi tra grillini e sinistra non è mica stato votato dal popolo ma è perfettamente legittimo sul piano della nostra carta costituzionale.

Ciò non significa tuttavia che non possiamo criticare la coerenza dei partiti politici o interrogarci sulla genuinità di questo sistema istituzionale seppur inserito all’interno della (a detta di tanti) “Costituzione più bella del mondo” che dice tutto il contrario di tutto. Un accostamento di principi e valori tra loro opposti, frutto di un esasperato compromesso tra DC e PCI fatto di parole e non di intenti. Non possiamo esprimere considerazioni sul fatto che il governo è unione di due partiti usciti sconfitti da tutte le ultime elezioni dopo le politiche, legati dalle uniche ragioni di  contrastareSalvini indipendentemente dalla volontà popolare e di eleggere il prossimo presidente della Repubblica, l’ennesimo di sinistra? Non possiamo fare qualche riflessione sul fatto che la destra si trovi al massimo storico di consensi ma sarà la sinistra a decidere le molteplici nomine nelle partecipate? Secondo alcuni se ci poniamo certi interrogativi siamo barbari e illetterati. Saranno altri i difensori della democrazia, o meglio dell’oligarchia.

Andrea Curcio
Studente Università Bocconi Milano

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