Il gambetto di Di Maio

Politica

Negli scacchi, il gambetto è il sacrificio di un pezzo (di solito un pedone ad inizio partita) per ottenere un vantaggio strategico che consenta di vincere la partita. Si rinuncia ad un vantaggio tattico, per una solida posizione. Di Maio ieri ha rinunciato a fare il vicepremier. E questo si qualifica, tecnicamente, come un gambetto. Vediamo perché. Oggi si vota su Rousseau. Giggino questo governo non lo vuole, ma Grillo sì. Quindi non può ammazzarlo. Almeno non direttamente. Deve arrivarci per altre vie. E passano tutte per il voto degli attivisti. I quali, però, finora hanno sempre dato mostra di adeguarsi ai desiderata pubblici del capo.

Come si fa, quindi? Con una serie di piccolissimi accorgimenti. Intanto, alcuni dettagli importanti: Casaleggio questo governo non lo ama alla follia. Quindi non ci si deve aspettare che i risultati saranno influenzati verso la sua nascita. I sondaggi, inoltre, danno una base spaccata a metà, con i Sì davanti, ma di poco. Quindi non stupirebbe un cambio repentino di umore, in cui si torna alle radici di purezza e vaffa. Le condizioni per un incidente ci sono tutte. Ma bisogna dare una spintarella. Per cui Di Maio ha schierato Barillari, che chiama alla piazza, e Paragone che dice che questo governo ha dietro Berlusconi. Due messaggi rivolti alla corrente Fico, per cercare di riprendere voti.

Ottimo, in questo quadro, dicevamo, ci voleva una spintarella. E Di Maio rinuncia alla vice premiership. Questo lascia Conte da solo al centro della scena. Conte piace all’elettorato Cinque Stelle. Ma molto meno alla base militante. Ai brutti, sporchi e cattivi che volevano fare la rivoluzione l’avvocato della casta, definizione di Salvini, non scalda i cuori. Quindi il cerino ce l’ha lui. Ed ora è solo. Terribilmente solo. Oh, certo, ieri sono stati fatti uscire due video coordinati. Ma non è su quei canali che si decidono le cose. Il cuore è Rousseau, ma arterie e vene sono le chat. E nelle chat, ci posso scommettere, sta fluendo il veleno della rivolta. Non c’è nulla che possa trattenere gli storici supporter. Manco uno dei loro a fianco a Conte. Non un contrappeso a Renzi. Nulla.

Se, alla fine, dovessero prevalere i no, Di Maio avrebbe le mani pulite. Non era sul palco, aveva rinunciato al ruolo. Va rispettata la volontà degli attivisti. Lui ci ha provato. Colpa di Conte. Che verrebbe definitivamente bruciato. E resterebbe lui, il ragazzo del Sud, da solo, vittorioso. Andrebbe alle urne sicuro, così pare, del suo 23/25%. Con la possibilità di far fuori gli uomini di Fico. E poi si vedrà. Sempre che non si faccia tentare da Salvini e vada a fare il premier. Sarà anche la terza Repubblica, non discuto. Ma i metodi sono da Prima, gli uomini da Seconda ed i risultati da Terzo. Mondo.

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