Sri Lanka, l’orrore per un martirio che aspetta i colpevoli

Esteri

L’orrore della mattina di Pasqua ha fatto ripiombare lo Sri Lanka nel clima di guerra civile superato da 10 anni e scosso il mondo per l’efferatezza degli attacchi contro cittadini inermi in preghiera nelle chiese e turisti in fila per la colazione negli hotel. Un massacro di enormi proporzioni che non ha ancora una precisa chiave di lettura, anche se il governo, il giorno successivo alla strage, punta il dito contro il gruppo jihadista locale National Thowfeek Jamaath. Di sicuro vi è un’organizzazione di una certa portata e di una tragica efficienza, capace di colpire simultaneamente con sette kamikaze in almeno tre luoghi di culto centrali e affollati e in alberghi della capitale frequentati da stranieri. Obiettivi altamente simbolici e per tanto da sorvegliare più di altri, se è vero che una decina di giorni fa si era diffuso un allarme attentati nel Paese, circostanza peraltro non confermata ufficialmente. La reazione del governo, che ha sospeso l’operatività dei social media con lo scopo dichiarato di evitare il proliferare di false notizie, indica che le autorità probabilmente sono state sorprese dall’azione terroristica e la cautela nel segnalare piste di indagine rafforza l’impressione che si sia trattato di un’azione ampiamente imprevista e forse imprevedibile.

Ma l’arcivescovo di Colombo imputa alle autorità una grave mancanza di prevenzione, soprattutto a favore dei cristiani. Lo Sri Lanka che al visitatore mostra un volto accogliente e sereno ha vissuto negli ultimi decenni una guerra civile combattuta senza esclusione di colpi, con gravi violazioni dei diritti umani, fra la minoranza autonomista tamil (18% della popolazione) in prevalenza (ma non solo) indù e la maggioranza buddhista theravada che anche oggi controlla il potere. Un conflitto segnato da molte migliaia di morti e dall’utilizzo su larga scala degli attentati suicidi prima che l’esecrabile pratica dei kamikaze contro i civili si diffondesse in altri parti del mondo. Dal 2009, con la sostanziale sconfitta dell’ala militare tamil, il Paese sembra (o, meglio, sembrava fino a domenica 21 aprile) avere intrapreso un percorso di convivenza rinnovata tra le sue componenti etnico-religiose. Musulmani e cristiani (soprattutto cattolici) costituiscono rispettivamente circa il 9% e l’8% dei cingalesi.

La minoranza cristiana è stata oggetto di episodi di discriminazione e ostilità, ma mai era stata attaccata apertamente con tale violenza terroristica. Difficile esercitarsi in ipotesi in un momento in cui il governo rilascia poche informazioni, forse anche per evitare che si rinfocolino antichi odi che sembravano sopiti. Non si può, tuttavia, non notare che gli obiettivi sono stati precisi e scelti deliberatamente per seminare morte e creare un’onda mediatica. Insanguinare le celebrazioni della Pasqua, con il kamikaze che in una chiesa – stando ad alcune testimonianze – si fa saltare in aria durante la Consacrazione, dice che è la comunità cristiana con la sua fede incarnata è ciò che si voleva colpire in primo luogo. D’altra parte, gli occidentali e il turismo sono un altro obiettivo tipico di gruppi che hanno la volontà di fiaccare anche economicamente il proprio Paese per creare il caos e poterne cambiare la guida. L’eco degli attentati è stata ovviamente enorme, ma lo Sri Lanka resta comunque un Paese “periferico”. Difficile quindi pensare al fatto che sia stato scelto come palcoscenico del terrore da qualche gruppo internazionale, sebbene il governo parli di possibili collegamenti di gruppi interni con reti jihadiste estere. Più probabile una strategia interna, che sarà importante accertare al più presto, allo scopo di fermare una possibile spirale di violenza e garantire la dovuta protezione alla comunità cristiana che ha pagato il più alto prezzo – un vero martirio – nella giornata di Pasqua 2019. (Avvenire)

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