Midterm Usa. Me-me squittì lo scoiattolo parrucchino vivente

Esteri

…con le zampine bagnate dalla debole risacca blu dem di tanti pesciolini divisi multietnici

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La candidata democratica trans Christine Hallquist non sarà la governatrice\governatore del Vermont. Non si replica il caso del’on. Georgina Beyer, prima transessuale al mondo a diventare sindaco e poi parlamentare in Nuova Zelanda o del thailandese Puea Thai, governatrice\governatore di una provincia. Invece Jared Polis apertamente gay è stato eletto governatore, il primo omosessuale nella storia degli Stati Uniti, del Colorado. Ben 107 le donne elette sui 435 seggi della Camera dei Rappresentanti americana, quasi una ogni 3 uomini, il massimo della storia Usa; un balzo in avanti rispetto alle precedenti 84.

Ci sono le prime due donne parlamentari musulmane (la rifugiata somala Ilhan Omar in Minnesota e palestinese Rashida Tlaib in Michigan); la prima di origine iraniana Anna Eskamani in Florida; c’è l’afghana 27enne Safiya Wazir  eletta con i democratici nello stato del New Hampshire. Ci sono le donne più giovani, la portoricana newyorchese Alexandra Ocasio-Cortez e Abby Finkenauer, in Iowa, entrambe classe 1989; ci sono le prime due indiane native, Deb Haaland nel New Mexico e la lesbica dichiarata Sharice Davids nel Kansas; le prime due ispaniche in Texas, Sylvia Garcia e Veronica Escobar; la prima nera eletta in Congresso in Massachusetts, Ayanna Pressley. Jennifer Wexton, repubblicana per la Virginia.

E poi la prima governatrice del Sud Dakota, Kirsti Noem, repubblicana; la prima governatrice del territorio di Guam (Micronesia, Pacifico Occidentale) Lou Leon Guerrero, democratica; ed ancora le prime senatrici del Tennessee e dell’Arizona, le repubblicane Marsha Blackburn e Martha McSally. Anche Kay Ivey, repubblicana è governatrice, nell’Alabama. Allargandosi c’è anche un Ron De Santis, di evidenti origini italiane, neogovernatore della Florida.

Ed anche questo è l’effetto del cattivo Trump, che non manca ogni giorno di dire qualcosa di pessimo e di fare qualcosa ancora peggio, scandito dalla quotidiana protesta dei tanti sit in femminili a Washington, la cui sindaca è l’afro Muriel Bowser e la cui ex governatrice fu la democratica Christine Gregoire, quella che sostenne i matrimoni gay. Il movimento MeToo, nato nel 2017, a rimorchio della protesta contro il presidente Usa considerato il più smaccatamente maschilista di sempre è stata l’onda che ha portato tutte queste donne a riempire gli scranni della Camera. Non c’è solo questo, però. C’è l’effetto di dividere il continente nordamericano in posizioni estremizzate. Così i democratici un tempo ovattati dell’establishment, del digitale e della finanza alla Clinton sono diventati l’orda di socialisti, gay, antisemiti, latino, neri, altre minoranze ed ovviamente donne.

Sconsolatamente, con gioia neanche repressa il giornale la Stampa registrava ancora nel 2012 che il Great Old Party, il Gop repubblicano stava diventando il partito dei bianchi, bigotti di destra ed ultraliberisti (l’allora Tea Party), un blocco elettorale da estinzione. Dopo 6 anni, lo stesso giornale, con contorno di quasi tutta la stampa ed il monocorde tono del resto dei media, non ha cambiato accenti, né parole anche di fronte alla presidenza repubblicana, anche con la Corte Suprema a maggioranza conservatrice, anche con il Senato, owner di tutti i verdetti e di tutte le nomine, di segno repubblicano, anche di fronte all’orda blu democratica, che non è neanche un’onda, dopo i due anni terribili passati sub Trump ed il suo parrucchino vivente scoiattolo, ma solo una modesta risacca.

I giornali non sbagliano i dati, ma la loro lettura. Infatti è vero che il Gop è un partito bianco e maschio. Anche a queste elezioni di metà mandato, a parte le eccezioni viste, a parte i Cruz vincenti senza complimenti presidenziali o i Rubio, ha candidato uomini e bianchi. Citando l’eurodeputata gollista Nadine Morano, quella del La France c’est une pays blanche, si potrebbe dire che il partito di Lincoln è sempre più un partito bianco per i bianchi. Più che una scelta, un dovere che ricalca, per così dire, lo stato della nazione. Negli Usa, i neri sono 39 milioni, il 12% della popolazione; 50 milioni gli ispanici, cui si devono aggiungere 12 milioni di clandestini; 20 milioni gli asiatici; circa un centinaio di milioni di persone. I bianchi non ispanici, però sono tutti gli altri, più di 200 milioni, di cui la metà di discendenza inglese e tedesca, fifty fifty, cui seguono 35 milioni di irlandesi, 18 di italiani e 7 di ebrei.

Un decennio fa («The Emerging Democratic Majority») si calcolò che solo un quarto dei bambini fosse bianco e che nel 2042 i bianchi sarebbero stati una minoranza; si era anche detto che nel 2017 sarebbero scomparsi i giornali cartacei; invece ci sono ancora e due anni fa la Casa Bianca era contesa da una bionda e da un crucco biondo. Nel corso dell’adolescenza le cose si aggiustano. Forse perché la mortalità tra le minoranze è molto alta; forse perché i bianchi, non considerati tali da bambini, (un tempo gli italiani ed i latino, oggi arabi, russi e turchi), da grandi lo diventano completamente. Nessuno entra o cresce negli States sognando la Grande Armenia, il Sultanato o l’Impero dei conquistadores; tutti cercano il danaro, il grande collante di questa non nazione, e fonte di felicità e si fidano dell’idea che se in un paese è possibile farne, questo sono gli Usa bianchi. Soprattutto negli Usa alla Reagan o alla Trump, che riempiono il paese di verdoni.

Non è Trump ad aver introdotto l’idea di diminuire il ruolo dello stato, nel settore fiscale e del welfare. E’ l’idea dei fondatori che esordirono con una rivolta antifiscale. E’ l’idea americana di fondo, contrapposta a quella europea. Trump ne ha solo rivendicato smaccatamente ed ignominiosamente la bontà; impunemente ricordando che i bianchi fanno tutto meglio, cosa che magari offende ma che è tremendamente vera se la si corregge in un – bianchi e gialli fanno tutto meglio. E’vero, con gli altri non c’è partita. Semplicemente non fanno: al punto tale che quando qualcuno non bianco\giallo fa qualcosa di buono, viene raccontato in lungo ed in largo e per molto tempo. Proprio perché è cosa rara.

L’orda di socialisti, gay, antisemiti, latino, neri, altre minoranze ed ovviamente donne, che oggi è l’orgoglio dei democratici, quella è un vero suicidio. Già oggi il 35% dei bianchi democratici sono preoccupati di un’involuzione massimalista d’esaltazione di minoranze che spesso sono soprattutto casi umanitari.

Lo stesso Metoo, una caccia alle streghe preventiva e pregiudiziale che si sta incagliando nel momento serio della giustizia in tribunale, rischia di distogliere il voto femminile dalle donne e di dividere l’altra metà del cielo. Ed anche il femminismo duro e puro alla Femen è una vittoria del Trump, che si è glorificato alla fine del mietermi come un pallone gonfiato, al punto da definirsi me-me magico; perché se il femminismo si fa duro, ostile, prevaricatore e provocatore, il maschilismo può esserlo molto di più e giustificato ad esserlo.

Proprio il modo di suggerire che il potere bianco non ha giustificazioni, né ideologie, né fede a difenderlo. Solo la realtà dei fatti, come dimostra la risacca dei suoi avversari confusi, divisi e senza un progetto, non di rancore, ma di successo.

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore Agenda news UilCom Capitale. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016. E’ in corso di uscita Renzaurazione.

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