Di Maio o Salvini? La sfida tra statalisti e liberali

Economia e Politica

Ormai tutti giocano le proprie carte e considerano, questo, un governo di  transizione fino alle elezioni europee della prossima primavera. Il cambiamento diventa la foglia di fico, l’occasione che giustifica,  ma non garantisce.  La verità è che in quel famigerato programma c’è di tutto a vocazione liberale e a vocazione statalista, senza sintesi, senza visione. Un’accozzaglia di punti programmatici che, oggi più che mai, sono incompatibili, attenti soprattutto ai desiderata degli elettori, assistenziali o costruttivi, statalisti o liberali.

Martino giustamente ha parlato della solita contraddizione tra le due radici che compongono i due schieramenti. Ma Salvini, prima di essere così integerrimo, di piegare la testa con il decreto Dìgnità, dovrebbe pensare dove nasce la sua Lega, da quale alleanza. Da quella radice liberale e riformista che regge le regioni del Nord. Vuole il partito unico del Centrodestra per quantificare i voti? Ma dopo l’esperienza e la prova di forza del flusso migratorio, con l’economia forzatamente liberale, come si posizionerà?

La radice del M5S è in maggioranza di sinistra, ha nel DNA quel ricorso alle istituzioni e allo stato che risolvono. Nazionalizzazione delle Autostrade come soluzione prevalente? Bene ha fatto Toti nella sua indipendenza liberale ad ascrivere il rifacimento del ponte alla Liguria.

Ritornare al PD? Quale? Mentana osserva che non sono i buonisti di piazza San Babila a riesumare una sinistra litigiosa e senza idee, ma forze nuove che ripensino il partito, partendo da zero. La minestra è già troppo riscaldata, i dirigenti troppo decotti, le allusioni pubbliche apertamente ostili. E neppure quel sogno caldeggiato da Veltroni in una intervista può rimediare il fallimento. D’altronde questo continuo ritorno al passato, alla tradizione per non perdere i voti dei nostalgici, risulta il solito avvitamento su posizioni stataliste, apparentemente corrette.

Ha scritto Pier Paolo Signeri qualche giorno fa su L’Opinione “Personalmente, aggiungerei: tra il senso dello Stato (liberali) e la ragion di Stato o di Partito (statalisti). Come diceva anche Indro Montanelli, sono convinto che il più grande statista che l’Italia repubblicana abbia avuto sia stato Luigi Einaudi. Insieme a lui, subito dopo, affiancherei anche i nomi di Alcide De Gasperi e Giuseppe Saragat. Altri tempi? Sicuramente, ma perché tenerli fuori dal nostro orizzonte? Credo che il futuro possa nascere soltanto dall’antico, però con la forza di guardare avanti, di sognare il domani, di ritrovare gli antichi ideali di libertà, uguaglianza e fraternità. Aggiornati al nostro presente e ai nostri tempi”

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