Quando gli eritrei erano nostri fratelli in armi

Politica

La domanda che nessuno si pone è: perché mai un Eritreo dovrebbe attraversare a piedi il deserto del Sahara subendo privazioni e violenze per venire a cercare un futuro migliore proprio in Italia, finendo bloccato su una nave della Marina Militare nel porto di Pozzallo? Forse ad ispirarlo potrebbe essere il fatto che l’unica linea ferroviaria esistente nel suo paese è la Massaua – Asmara realizzata dagli italiani negli anni trenta. Come lo sono le Littorine del 1935 che incredibilmente ancora la percorrono e buona parte delle opere pubbliche, funzionanti o meno, realizzate in quel paese. Quindi? “Abbiamo già dato” direte voi.

Non è proprio così. Gli Eritrei ci hanno abbondantemente ripagati per quello che abbiamo fatto per loro. Infatti, nel giorno in cui quella Littorina percorse il suo primo viaggio, il 40% della popolazione maschile maggiorenne era arruolata nel Regio Esercito Italiano sotto la denominazione di “Ascari”. Furono circa 120.000 quelli che vi prestarono servizio volontariamente e 60.000 quelli inquadrati nella prima e seconda divisione Eritrea che dal 1940 combatterono contro i britannici sotto il comando di ufficiali italiani. Migliaia di Ascari Eritrei hanno versato il loro sangue fieri di farlo sotto le nostre insegne.

Sono stati protagonisti di quasi tutte le battaglie legate alla conquista dell’Eritrea, a partire dalla battaglia di Coatit. Parteciparono a tutti gli scontri della guerra di Abissinia, dove il Quarto Battaglione, comandato dal maggiore Pietro Toselli, fu interamente annientato all’Amba Alagi. Furono impegnati nell’assedio di Macallè e nella battaglia di Adua dove di 4.000 ne morirono un migliaio, mille furono feriti e 800 fatti prigionieri e mutilati della mano destra e del piede sinistro per  volere dall’abuna Matteos (sigh), che impose l’applicazione della legge del Fetha Nagast. Ai 406 mutilati che tornarono in Eritrea dal nostro paese, vennero conferite 1 000 lire come pensione vitalizia.

Di loro va ricordato in particolare il comportamento tenuto nel 1941 nell’assedio dell’Amba Alagi (nuovamente):  quando il Duca d’Aosta, Viceré d’Etiopia, autorizzò la loro smobilitazione e il loro ritorno a casa per evitare una dura detenzione e la minaccia britannica di rappresaglia contro le loro famiglie, vista l’imminenza del totale esaurimento delle munizioni, quasi tutti gli ascari preferirono rimanere accanto ai loro ufficiali, combattendo strenuamente fino alla inevitabile resa finale.

Un legame, quello fra Eritrei e Italiani, che non terminò con la guerra, ma si rinnovò negli anni cinquanta quando l’ONU ci affidò il mandato fiduciario per trasformare in una nazione quella che un tempo era stata una nostra colonia. E chi trovarono lì pronti ad aiutarli i nostri soldati inviati a compiere quella missione? Ovviamente gli ex ascari smaniosi di rimettersi al servizio di quella che ancora consideravano la loro Patria d’elezione. Purtroppo non fummo bravi quanto loro nel servirli e finì che la nazione non la ricostruimmo e presto ce ne andammo lasciandoli in balia di guerre fratricide e signori della guerra, ma loro continuarono fino agli anni ottanta ad accogliere come fratelli parlandogli nella loro lingua gli italiani che per vari motivi si recavano in Eritrea.

Purtroppo i tempi cambiano, e con loro anche quelli che si definiscono “camerati”. Quelli di un tempo gli Eritrei li consideravano dei fratelli in armi, che si erano guadagnati l’essere italiani versando il loro sangue per la nostra nazione. Quelli che oggi, che in buona parte si atteggiano ad esserlo, li confondono con un magrebino o un subshariano qualsiasi e probabilmente oltre a non conoscere la storia del legame fra noi e loro non conoscono nemmeno quella dell’ideale in cui dicono di riconoscersi. Di qui la risposta alla domanda iniziale: cosa ci vengono a fare gli eritrei in Italia? Niente, meglio restino dove sono, non ce li meritiamo.

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