Dieci anni di allarmi e poi gli avvoltoi: storie di un ponte maledetto

Politica

Il ponte Morandi non è caduto improvvisamente. È stato un crollo temuto, annunciato, denunciato, predetto e smentito per dieci anni. Questa è la storia preliminare di una tragedia annunciata e l’accusa, sempre preventiva, per gli avvoltoi che la stanno sfruttando per creare un pericolosissimo precedente: la statalizzazione di ritorno.

Partiamo dall’inizio. Il ponte si chiama Morandi, dal nome dell’inventore del metodo di costruzione, brevettato nel 48. E’ un sistema di costruzione che sostituisce il ferro col cemento. Più o meno. Passatemi la semplificazione. Un piccolo orgoglio nazionale. E siccome siamo autarchici da circa un secolo, ci teniamo a fare le cose in casa. Quindi il ponte principale di Genova viene fatto così. Cemento sospeso nell’aria. Solo che c’è un problema. I cavi ci sono lo stesso. Sepolti nella Malta. Ed in una città di mare si ossidano. Il quanto è quasi impossibile da determinare. E da qui parte il problema.

Riporta Repubblica un’intervista di Antonio Brencich, professore associato di Costruzioni in cemento armato all’Università di Genova alla tv Primocanale:

“Non è un caso – dice Brencich – che dopo un ponte simile in Libia e quello in Venezuela, all’estero nessuno abbia più voluto costruire viadotti con il sistema Morandi”. A Genova, invece, ne hanno fatto un motivo d’orgoglio. “E poi hanno pagato in manutenzione più di quanto sia costata la costruzione. Quando un’auto è troppo vecchia, che cosa facciamo? La rottamiamo. In Italia, invece, c’è la filosofia che non si butta giù niente. Si spendono milioni per fare lavori, ed ecco il risultato”.

Perché non è stato sostituito? Perché c’è sempre un imbecille che di ponti ne sa più degli esperti. E di norma forma un comitato, trova l’appoggio dei Grillini e pubblica pezzi di altissimo livello sul Sacro Blog come questo:

Nel frattempo allarmi su allarmi si affastellano. Ma non si può intervenire, se non c’è una via di fuga sicura. Una bretella. Una via alternativa. Per cui si arriva a ieri. Al crollo. Ed oggi, dopo le macerie, arriva il colpo definitivo. Lo Stato decide di revocare ad Autostrade la concessione. Così i No Gronda, i No Tav, i No Tap, potranno opporsi più facilmente ad ogni innovazione, paralizzare tutto e costringerci a guardare questo paese su se stesso.

Questo, signori, è il cambiamento. Ieri i ponti crollavano e si cercava di costruirne di migliori. Oggi crollano e si cerca un capro espiatorio per ricostruire la mangiatoia di Stato. In barba ai morti, al dolore ed alla tragedia.

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