Parla il docente Edmund Agbo, “Io, nigeriano, dico sì ai porti chiusi, ma…”

Politica

Il buon senso dovrebbe dire basta a un’Italia divisa a metà tra buonisti e cattivisti, tra antirazzisti e razzisti, tra sinistra e destra: categorie create ad hoc per fomentare una dialettica spesso fatta di slogan, per ribadire la superiorità morale di una parte, per creare odio e contrapposizioni irrazionali. Perché il buon senso insegna che la ragione non è mai tutta da una parte e che le accuse estreme sono a volte il vomito di chi non vuole razionalizzare il problema. A che cosa servono gli anatemi di Famiglia Cristiana che dà una lettura del fenomeno superficiale ed emotiva? A che serve il giudizio di un Saviano fattosi Dio e predicatore per mania di protagonismo? A che serve tutto il fango contro Salvini se non si cerca di capire e di uscire dai cliché. Non si può semplificare il flusso migratorio pensando che da un lato ci siano i poveri, i diseredati, gli sfruttati del Terzo Mondo che bramano di arrivare nella parte del pianeta economicamente più ricco e dall’altro una politica insensibile che sa solo erigere muri  senza vedere la tragedia altrui.

Interris ha intervistato Edmund UgwuAgbo che è un 50enne nigeriano, professore di Diritto, che vive in Italia sin da quando ha iniziato gli studi universitari. La lettura che dà lui del fenomeno dell’immigrazione è tutt’altro che banale. È favorevole all’accoglienza, certo, ma che sia un’accoglienza vera, in grado di garantire a chi arriva dignità e anche una formazione tale da poterla un giorno offrire al proprio Paese d’origine. Ed è anche favorevole – questo può sorprendere – alla linea del governo italiano di chiudere i porti, tenendoci però a fare delle precisazioni.

Non si può accogliere tutti indiscriminatamente – spiega il prof. Agbo ad In Terris – se non si riesce a fare una politica di integrazione per chi arriva”. La sua idea a tal proposito è chiara: “Bisogna disporre progetti per garantire agli immigrati una formazione di base, di istruzione e lavorativa: sarebbe un modo per permettere loro di integrarsi all’economia locale, ma soprattutto di ottenere le competenze per contribuire allo sviluppo del proprio Paese”. Del resto, non c’è dubbio che molti di coloro che arrivano custodiscono nel cuore il desiderio di tornare in patria e costruirsi un futuro migliore. Lo dimostra la storia di Amoako, che ha trovato spazio sui media, un 19enne che è tornano in Ghana dopo soli due anni di permanenza in Italia. “Di vicende come la sua ce ne sono innumerevoli – racconta Agbo – solo che non ricevono la stessa pubblicità. Tramite la Fondazione che ho creato, l’International Bio-Research, tanti giovani nigeriani hanno potuto conseguire attestati, soprattutto nel campo dell’informatica e dell’agricoltura, e sono poi tornati in patria dove hanno trovato un’occupazione proficua e utile per il nostro Paese”. Ragazzi africani che Agbo aiuta anche attraverso la SteadfastOnlus, organizzazione umanitaria di cui è socio-fondatore.

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