Parole e insulti, ma i banchi della Camera sono vuoti

Politica

C’è stato un 68 del linguaggio che ha sempre più preso spazio e virulenza. E’ durato non si sa quanto tempo, ma nel momento in cui è esploso anche in politica è stato dirompente e contagioso. Un 68 che ha messo in soffitta il bon ton e l’educazione per aprirsi alla sguaiataggine, all’insulto, alla sintesi di quel vaffan…che è entrato nel quotidiano. Un vaffan..da dirsi con il birignao dello snob che accede al linguaggio popolare per essere capito, per dare forza ad un discorso. E con il vaffan..si può incantare il 32% degli italiani che si immedesimano, credono nelle buone intenzioni. E dopo l’incanto predicare e fare gesti significativi da imbonitori. Ma la liberalizzazione del linguaggio se poi sposa la rabbia per il mancato potere, il risentimento, il pregiudizio, allora diventa visceralmente offensivo e incontrollabile. Piaccia o non piaccia la politica di Salvini, la diffamazione, l’insulto, l’augurio di morire vanno ben al di là di una dialettica politica. Si direbbe che oggi i problemi dell’Italia inizino con i porti chiusi, gli anatemi di Saviano e Boldrini, il rimpiattino sui morti in mare e il brindisi di Di Maio con il popolo grillino per la legge sui vitalizi.

Il fare in due mesi di governo è quantificabile nell’isteria collettiva della sinistra, in un decreto di dignità che non ha nulla di dignitoso e nella fermezza di Salvini che, almeno questa, ha piegato un’Europa indifferente a cercare una soluzione.

Ma per il resto…molte parole…e la spartizione, tra i litigi come da copione in tutte le Repubbliche, delle poltrone.

Un’ultima annotazione: venerdì alla Camera il ministro del Lavoro Luigi Di Maio risponde all’interpellanza urgente sull’Ilva, a seguito della lettera dell’Anac sulle criticità nella vendita ad ArcelorMittal. Davanti a sé, Di Maio ha praticamente il vuoto: i deputati presenti sono circa una decina.

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