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“Processo all’omeopatia”, il libro di Maria Sorbi

Cultura e spettacolo

di Valentina Gioia  – Un vero e proprio processo. Fatto di parti e controparti. Di leggi e non (ancora) leggi. Un’arringa che vede da una parte sostenitori delle cure alternative e dall’altra uomini di scienza, pronti a condannare un qualcosa che di straordinario ha solo il prezzo. «Seduta da anni sul banco degli imputati, l’omeopatia». Maria Sorbi, giornalista de «Il Giornale» e autrice del pamphlet, svolge perfettamente la funzione di arbitro, restando assolutamente imparziale e dando la possibilità alle rispettive «parti in giudizio» di esprimere con dati, più o meno attendibili, l’efficacia da un lato e la sterilità dall’altro. Lo scopo di questo pamphlet è anche quello di provare a dare un peso a tutta una serie di posizioni che i medici omeopati continuano ad affermare e sostenere sulla loro attività. E se la medesima ricerca omeopatica sia replicabile, come deve esserlo qualsiasi risultato di studi o ricerche scientifiche.
Allo stesso tempo è stata sottolineata la priorità del rispetto del Codice di deontologia medica e l’intento di avviare un confronto con gli esercenti in ambito non convenzionale, sereno senza degenerazioni che non gioverebbero ad alcuno ma andrebbero ad aumentare le perplessità tra i cittadini. Certo è che, equiparare medicina e omeopatia, non tanto dal punto di vista sociale, ma legislativo «stricto sensu», potrebbe arrecare ulteriori contraddizioni, nonché danni. Solo immaginare che qualcuno possa sperare nell’efficacia di un trattamento alternativo di fronte a una situazione di emergenza sanitaria è sufficiente per far accapponare la pelle. Soprattutto quando, di fronte alla domanda sulla valenza della cura stessa, l’imputato risponde: «Eppure funziona- o ancora- Però cura anche bambini e animali, quindi non è auto condizionamento». Premesso che l’omeopatia non ha adeguati fondamenti teorici e che non esistono rimedi omeopatici di efficacia dimostrata (al più si può fare affidamento sull’effetto placebo), attualmente l’unico utilizzo consentito è nei casi in cui il medico non sottragga la persona assistita a trattamenti scientificamente fondati e di comprovata efficacia.  I premi Nobel Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco, l’oncologo Umberto Veronesi, il giornalista Piero Angela, sono solo alcuni dei nomi celebri, raccolti dall’autrice, che si sono pronunciati lapidariamente di fronte alla cosiddetta diluizione di Hahnemann. Tra le diverse «credenze» insite nei tester dell’imputato, vi è la cosiddetta «memoria dell’acqua», che dovrebbe, sempre teoricamente, essere in grado di trattenere una goccia del principio attivo in litri e ancora litri di H2o. Tra i sostenitori, Giovanni Gorga, presidente di Omeoimprese e direttore Affari istituzionali di Guna, che ha affermato: «Ci può essere una risonanza energetica o qualche traccia conservata nella memoria dell’acqua».
Affermazioni come: «Ci può essere», «è possibile che», «probabile che», fanno imbestialire i discepoli «garattiniani». Mentre i seguaci di Hanemann difendono a spada tratta ipotesi, teorie, eventualità, proprio le stesse che dovrebbero concretizzarsi già dal 2019, «quando entrerà in vigore la nuova legge che dimezzerà il numero dei prodotti omeopatici e darà ai sopravvissuti la stessa dignità dei farmaci ufficiali». E a quel punto ne vedremo delle belle.

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