Patetico e insensato lo sfregio alla statua di Montanelli

Milano

Milano 4 Maggio – Ogni statua ha le sue ombre. Se è l’effigie di un essere umano, non può non averne. Non so se per ingenuità o ipocrisia, fingiamo che non sia così. L’agguato contro la statua di Indro Montanelli nei giardini che oggi portano il suo nome è stato patetico. Chi l’ha rivendicato – un gruppo di ispirazione Lgbt, le Indecorose – dopo avere lasciato sul basamento la scritta “Stupratore di bambine” ha aggiunto, per chiarire, una sequenza di aggettivi: fascista, revisionista, conservatore, colonialista. Più o meno gli stessi usati dai detrattori di Montanelli quarant’anni fa. Sfregiare una statua è insensato: un po’ perché i morti non possono rispondere; un po’ perché non sposta avanti il discorso di un solo centimetro. È solo provocazione. Ma Montanelli ne avrebbe sorriso, anzi l’avrebbe trovato un modo buono per rendere appena più viva una cosa inanimata. D’altra parte, non amava le statue, diceva che gli parevano troppo frequentate dai piccioni.

Quanto all’episodio biografico che gli attivisti evocano – la stagione coloniale di Indro, la ragazzina con cui si sposò in Etiopia negli anni Trenta – , è impossibile non coglierne la gravità. Non solo non gli fa onore, ma l’aria un po’ smargiassa con cui talvolta l’ha raccontato ha perfino peggiorato il quadro. Né basta, ad attenuarne l’indecenza, il contesto; e tuttavia, è indispensabile chiarirlo. Fatto è che nessuno ha voglia, nemmeno le Indecorose, di aprire un discorso serio sull’avventura coloniale italiana, sui torti – più o meno consapevoli – dei nostri nonni e bisnonni in cerca di un posto al sole. L’hanno fatto in questi anni, isolati, due coraggiosi volti del teatro militante come Frosini&Timpano, scrittrici come Igiaba Scego e Francesca Melandri (il suo romanzo sul tema, “Sangue giusto”, corre per lo Strega ma non ha aperto una discussione forte. Come mai?). Così, Montanelli, Montanelli unico e solo, diventa il bersaglio di sfoghi social ricorrenti quanto ripetitivi: basta l’ennesimo tizio che scopre come nuova l’acqua calda, e parte la scarica di insulti. Più che quelli, fa tristezza l’ignoranza abissale che li accompagna. Avete presente cosa vuol dire non sapere niente di niente, ma proprio letteralmente niente di niente? Ecco, una prova esemplare c’è nei commenti sul “caso Montanelli”. La proposta di eliminare la statua o di togliere il nome del più famoso giornalista italiano del Novecento ai giardini è assurda. Poche volte un toponimo recente si è radicato con tanta forza nell’abitudine. Forse addirittura più per i giovani che per gli anziani, quelli sono ormai i Giardini Montanelli. Non importa che sappiano chi fosse Indro; il numero di hashtag quotidiani per fotografie scattate all’aperto e postate su Instagram è impressionante. Così, questa dicitura appartiene ormai a Milano, come le appartiene la storia del giornalista toscano, che non ha mai disconosciuto il suo debito con la città lombarda. Lasciamo dov’è la statua, bella o brutta che sia, e lasciamo lì quel nome. Piuttosto, mettiamoci a studiare, a leggere, a capire. La vita di Montanelli funziona come un perfetto libro di storia del Novecento. C’è tutto: la coda di una belle époque di provincia, la grande guerra, il fascismo, la seconda catastrofe mondiale, il crollo del comunismo, le speranze della democrazia, il terrorismo, lo sfascio della prima repubblica e l’ascesa di Berlusconi. Tutto un secolo dentro una vita. Guardarci dentro, leggerne gli abbagli, gli slanci e gli errori, può essere un esercizio utile e istruttivo. Suppongo, più del blitz primaverile. Che ha l’aria baldanzosa ma poco adulta delle mie domande di sedicenne, quando chiedevo a Montanelli di dirmi se il tal personaggio fosse un eroe o l’esatto contrario. «Credi forse — mi rispose — che gli uomini, e specialmente quelli di forte personalità, siano riassumibili in un giudizio solo? Se così fosse, ti sfiderei a formulare quello su Giulio Cesare. Cosa fu Cesare: il più grande generale e statista, o la più grande canaglia di tutti i tempi? Fu, credi a me, entrambe le cose. Gli uomini, te ne accorgerai, sono, anzi, siamo sempre un coacervo di contraddizioni». Anche le statue che li ricordano.

Paolo Di Paolo (Repubblica)

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