Mughini scrive a Dagospia “Beato il Paese che riconosce nei propri eroi i valori fondanti della Nazione”

Politica

Milano 4 Aprile – Giampiero Mughini scrive una lettera a Dagospia per celebrare l’eroismo di Arnaud Beltrame, il gendarme assassinato dopo aver offerto la sua vita per salvare una donna presa in ostaggio dai fanatici islamici. Le sue considerazioni amare su un’Italia che non sa riconoscere e valorizzare il valore degli eroi. Di seguito la lettera integralmente riproposta.

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Caro Dago, reputo che Bertolt Brecht avesse torto quando scriveva “Beato il Paese che non ha bisogno di eroi”, e voleva dire “Beato il paese in cui la gran moltitudine dei suoi cittadini fa il suo dovere da quando si alza e quando va a letto”.

No, un Paese ha bisogno anche di personaggi/stemma, di personaggi cui guardare perché riassumono intensamente i valori di cui quel Paese è nutrito, o dovrebbe esserlo. Ha bisogno ogni volta di scegliersi un Eroe.

Non so quanti tra i vispi frequentatori del tuo sito hanno letto sul “Foglio” la toccante orazione funebre pronunciata dal presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, in morte  del “gendarme” quarantaquattrenne Arnaud Beltrame, quello che si era consegnato nelle mani di un assassino militante del radicalismo islamista in cambio della vita di una donna francese che quello aveva preso in ostaggio e da cui poi è stato assassinato.

Nelle parole di Macron: “Avido di nulla, questo assassino cercava la morte. Cercava la sua morte. La stessa morte che altri prima di lui avevano trovato. Una morte che lui riteneva gloriosa, ma che lo rendeva abietto, una morte che per molto tempo sarà la vergogna della sua famiglia, la vergogna dei suoi parenti e dei suoi numerosi correligionari, una morte vile, ottenuta tramite l’assassinio di innocenti”.

Beltrame, uno che di mestiere apparteneva alla “gendarmerie” e che già si era distinto in Iraq, non ha esitato a offrire la sua vita in pegno all’assassino e purché fosse salva la vita della donna che quella feccia d’uomo aveva agguantato.

Beltrame era dunque un poliziotto, un “flic”. Un parente stretto di quei Crs cui nel 1968 alcuni di noi studenti lanciavano in volto l’infame parola d’ordine “CRS=SS”. E difatti mi pare non siano state tante sui nostri giornali le celebrazioni di quel “flic” morto da eroe, di quell’uomo che non ha esitato un attimo a offrire la sua vita.

Bellissima l’orazione di Macron, che si chiudeva così: “Al momento dell’ultimo saluto, Le porgo la mia riconoscenza, l’ammirazione e l’affetto di tutta la nazione. Io La rendo Comandante della Legione d’onore. La nomino colonello della gendarmeria, Viva la Repubblica. Viva la Francia”.

E del resto in fatto di celebrazione dei propri eroi e dei propri valori, i nostri cugini francesi non temono rivali al mondo. Resta memorabile l’orazione pronunciata una fredda sera del dicembre 1964 da André Malraux innanzi al Panthéon, dove stavano per essere tumulate le spoglie di Jean Moulin, l’eroe/stemma della Resistenza gollista, il capo dell’ “armée des ombres de la nuit”.

Beato il Paese che può vantare eroi quali Arnaud Beltrame e Jean Moulin, e che sa come vantarli e che si mette compatto in piedi all’udire il loro nome e la loro epica. E a questo proposito non la farei troppo lunga in merito alla sgarberia che ci hanno fatto alcuni ”gendarmes” francesi lassù dove confinano i nostri due Paesi.

Vorrei ricordare ai miei connazionali quel che abbiamo fatto ai francesi il 10 giugno 1940, quando su di loro annichiliti dallo “stivale” tedesco abbiamo puntato minaccioso il nostro “scarpino” (Charles de Gaulle dixit), senza per questo riuscire ad avanzare di un solo metro in una battaglia che ci disonorava.

Dagospia propone anche il discorso commosso e fiero di Macron

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