Milano: nelle periferie 3.000 rom nei campi abusivi, ma il Comune non li sgombera

Milano

Si parla di 134 insediamenti illegali. Il centrodestra:«Non vogliono integrarsi, basta aiuti» 

Milano 15 Marzo – Lungo il Lambro, in via Rizzoli. Sotto la ferrovia, in via Pesto. A bordo delle roulotte che assediano la zona dell’Ortomercato. Dentro i capannoni dell’ex Selex Galileo di via Grassi. Nell’area dismessa di via Montefeltro. Tra le sterpaglie dello scalo di Porta Romana. Sotto il ponte della tangenziale a Rubattino. Un esercito di 2.700 rom che vivono nell’ombra, in ben 134 insediamenti abusivi sparsi per tutta Milano e appena oltre i confini della città. Numeri che fanno impallidire quelli snocciolati dall’indagine condotta da Caritas Ambrosiana e Università Bicocca.

Ma andiamo con ordine. E partiamo dalla nazionalità: dei quasi 3 mila nomadi che sono stati censiti, il 71% sono rumeni, il 10% italiani e il 9% bosniaci. Famiglie che quasi sempre hanno figli minori al seguito (88% dei casi) e nonostante ciò continuano a vivere in condizioni di degrado allucinanti, dentro baracche (31%), tende (28%), camper e roulotte (21%). Dove in più della metà dei casi il rischio ambientale è definito «alto o molto alto». E non c’è da stupirsi visto che i villaggi abusivi si formano vicino ai binari dei treni (22%), a ridosso delle autostrade (24%), sugli argini di fiumi e canali (11%), in mezzo a campi agricoli (21%) o in aree abbandonate di periferia (17%). Tutti luoghi dove elettricità, acqua corrente e servizi igienici sono pressoché inesistenti: tanto per intenderci, 7 rom su 10 non si lavano e non espletano i loro bisogni fisiologici dentro un water. A questo punto, però, sorge una domanda spontanea: gli sgomberi? E qui viene il bello, o meglio il brutto. Perché a leggere il rapporto della Caritas si scopre che per tre anni, dal 2015 al 2017, la metà degli insediamenti con meno di 15 persone non è mai finita nel mirino delle istituzioni.

Cifre che preoccupano, soprattutto alla luce del fatto che nel 27% dei casi il tasso di criminalità all’interno delle baraccopoli è stato bollato come “alto”. Già, perché solo il 16% dei nomadi intervistati ha detto di aver scelto Milano per cercarsi un lavoro. Mentre la stragrande maggioranza (60%) di loro ha affermato di essere in città per “motivi di natura economica” non meglio specificati. E i pochi che “lavorano”, che mestiere svolgono? Uno su tre mendica e vive di elemosina, altri vendono abbigliamento, commerciano ferro, fanno i musicisti, sono addetti alle pulizie, riciclano rifiuti e trasportano materiali. Tutto in nero ovviamente. E i minori? L’età media dei bambini costretti dai genitori a vivere nel degrado è di appena 6 anni e mezzo. Il 36% di loro non frequenta la scuola elementare e addirittura il 75% non è iscritto alle medie.

«E’ una situazione che rischia di essere problematica sia per la città che per i diretti interessati. Alcune di queste famiglie hanno fatto percorsi con noi oppure nei centri comunali, ma poi sono tornati in strada», ammette Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana. La proposta dell’ufficio della Curia di Milano, però, è chiara: «I rom non sono marziani. Vanno trattati alla stregua di qualsiasi altro migrante e quindi inseriti nelle politiche abitative comuni previste per i soggetti più deboli». Un’idea che fa salire sulle barricate il centrodestra milanese. A partire da Silvia Sardone, consigliere comunale di Forza Italia: «Invece di puntare su sicurezza e legalità, la Caritas Ambrosiana propone percorsi che diano facilitazioni ai rom per l’accesso alle case popolari. Sarebbe l’ennesimo favore a una comunità che difficilmente ha voglia di integrarsi e un nuovo segnale di politiche che penalizzano gli italiani. Sulla stessa lunghezza d’onda Riccardo De Corato (Fdi): «Non solo non c’è mai stata volontà del centrosinistra di sgomberare, ma anzi prima Pisapia e poi Sala hanno sempre speso vagonate di soldi per agevolare i nomadi. E agli italiani chi ci pensa? Non certo il Comune di Milano. Meno male che la Regione ha stilato un regolamento sulle assegnazioni delle case popolari che privilegia gli italiani e i lombardi».

Massimo Sanvito (Libero)

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