Buche, binari «morti» e bus in doppia fila: restare vivi è la vera sfida per chi pedala

Milano

La lotta quotidiana è schivare i pericoli di una viabilità troppo confusa

Milano 19 Dicembre – Quella mattina in cui andò tutto bene mi sentivo fortunata. La zona sud della città annaspava tra il lentissimo 14, la linea 50 deviata causa lavori M4, e la 61 con il suo percorso da vecchia corriera anni ’60. Ma avevo la pista ciclabile: una lunga direttrice, che da via Cola di Rienzo, si inserisce in parco Solari per finire nei magnifici 500 metri in «sede protetta» di via Olona. «La prima (e anche la migliore) ciclovia della città» racconta il signor Brambilla, convinto ciclista milanese da generazioni, che ne ricorda anche l’inaugurazione: «Era il’72, e Bettino Craxi annunciava che entro il 1980 ne sarebbero stati costruiti 250 chilometri con lo stesso criterio». Anno domini 2017: i chilometri sono 140 e a la onte è il sito del Comune. Il percorso, fino in Sant’Ambrogio, sarebbe stato comodo, se una mente geniale – forse qualcuno che pedala per piacere e solo di domenica – non avesse deciso di renderlo a senso unico direzione centro-periferia. Un divieto logicamente disatteso da chi usa le due ruote per andare e tornare dal lavoro durante tutta la settimana. C’è un’alternativa: virare in viale Coni Zugna. Peccato per la strettoia creata dal parcheggio sui due lati, e per gli immancabili binari, accompagnati in tutta la loro lunghezza da voragini degne di un bombardamento (c’è di peggio solo in piazza Lega Lombarda e via Ludovico il Moro). Poco più in là (in via Solari) un ragazzino finì sotto il tram per una portiera aperta inavvertitamente. Si evita l’impossibile corso Genova, e l’intricata via Torino, preferendo la neonata Darsena, pensata per essere l’eden del pedale. Peccato che al di là del ponte la pista – nuova di pacca – sia stata disegnata sul marciapiede del passeggio. Mentre il ponticello ha la scanalatura per le ruote solo su un lato: viene da chiedersi se chi l’ha progettato e approvato abbia mai usato una bicicletta. Ma noi insistiamo. Potremmo percorrere corso Magenta e riagganciarci alla rotatoria ciclabile di Piazza Cairoli. Ma via San Giovanni sul Muro non vede una manutenzione sul pavé forse dal tempo in cui i cubi furono posati. E non si ricorda l’ultima volta che un vero tram abbia sfrecciato su quei binari, ora morti, danneggiati e pericolosi. A lavoro ci siamo arrivati. Anche oggi, vivi.

Quella mattina in cui andò tutto male avevo fretta. Per necessità scelsi le due ruote a motore. All’inizio di via Cusani, dove si incrociano due coppie di binari vedevo una pietra ballare da mesi. Sembrava di sentire le preghiere di chi doveva evitarla: «Su questo massello qualcuno ci lascerà le penne, fa’ che non sia io». Dopo tre segnalazioni alla polizia locale, la geniale soluzione: sollevarlo e riempire con il bitume. La stessa pensata per Foro Buonaparte: un patchwork di porfido e asfalto, brutto come un costume da arlecchino e imprevedibile come le montagne russe. Deviazione per arrivare in piazza della Scala. Semaforo. C’è il pavé e c’è la via ferrata. Ma anche qualcosa che potrebbe non esserci: tre bus turistici a due piani parcheggiati in fila. Riempiono la corsia, impediscono la visuale, costringono a tagliare di traverso i binari per riconquistare la carreggiata. L’intoppo: una buca. La ruota si incastra. Il resto è un racconto fortunato fatto ai vigili in ospedale. E due denti malconci.

Milano pianeggiante sarebbe perfetta per le due ruote, ma si scontra con un manto stradale impervio, e con una montagna di buone intenzioni. Forse anche con qualche cessione di responsabilità. Per consentire gli acquisti di lusso ai turisti si sacrifica la viabilità. Proprio lì, di fronte al Comune. Che basterebbe un po’ di osservazione per rimediare a questa prassi, per giunta antiestetica, visto il valore della piazza: con la Scala su un lato e l’ingresso di un museo dall’altro. Si dice che la questione sia stata sollevata in qualche sede istituzionale, ma che gli interessi di chi lavora nel turismo e nel commercio abbiano avuto la meglio. E poi c’è l’eterno dilemma del pavé. Quel piano «Piano Pietra» elaborato nel 2006, sotto la giunta Moratti, per la «razionalizzazione del patrimonio lapideo». Finito, forse, in un cassetto, per le resistenze di esteti, tradizionalisti e affezionatissimi del porfido. Residenti, magari, entro e non oltre la cerchia dei bastioni.

Maria Teresa Santaguida (Il Giorno)

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