Miliardi e grande diplomazia. Trump va in Cina ed è accolto come un re

Esteri

Milano 10 Novembre – Donald Trump non ha potuto fare a meno di esclamare un «wow», quando scendendo dall’Air Force One insieme alla first lady Melania, ha messo piede per la prima volta sul suolo cinese da quando è stato eletto presidente degli Stati Uniti.

Il partito comunista è solito riservare ai capi di Stato un’accoglienza modesta in aeroporto, per poi dare sfoggio della potenza e dello sfarzo cinese con un ricevimento nella Grande sala del popolo che affaccia su Piazza Tiananmen. Questa volta invece ha cambiato protocollo per riservare a Trump dei privilegi mai accordati a nessun altro, come sottolineato dai media cinesi. Ieri all’aeroporto internazionale di Pechino non mancava niente: soldati rigidi sull’attenti, musica marziale suonata dalla banda e nugoli di bambini sorridenti a sventolare bandierine cinesi e americane. Trump e Melania, passando sotto le suggestive volte di gingko, che in autunno si ricoprono di foglie dorate, sono stati portati al tramonto nella Città proibita, dove il presidente XiJinping in persona, insieme alla moglie PengLiyuan, li ha accolti facendo da guida per un tour d’eccezione nel famoso palazzo imperiale. È seguita una chiacchierata informale tra i leader davanti a un tè caldo, prima della cena di benvenuto (e chissà che Trump non ripeta la famosa battuta di Kissinger: «Dopo un’anatra alla pechinese sono d’accordo su tutto»). Terminati i convenevoli, però, da oggi si fa sul serio e tutti sono curiosi di vedere che cosa Trump riuscirà ad ottenere nella tappa di tre giorni più importante e ostica della sua missione asiatica, che si concluderà lunedì.

Gli obiettivi principali del presidente americano sono due. Innanzitutto ridurre «l’enorme» disavanzo commerciale nei confronti di Pechino, che nel 2016 ha venduto a Washington 347 miliardi di dollari di merci in più rispetto a quante ne ha acquistate. Per riequilibrare la bilancia e favorire la creazione di nuovi posti di lavoro sono atterrati in Cina anche i dirigenti di circa 40 multinazionali americane, tra cui Goldman Sachs e Boeing. In particolare, si attende la nascita di un fondo congiunto da cinque miliardi di dollari tra il fondo sovrano cinese, la China Investment Corporation, e il colosso bancario americano per portare investimenti nel manifatturiero Usa. Già ieri sono stati firmati accordi per 9 miliardi di dollari, ma Xi dovrebbe fare altre concessioni dal momento che Trump agita lo spettro di un’indagine formale sul furto da parte di agenzie governative cinesi di brevetti americani. Se venissero confermate irregolarità da parte di Pechino, Washington sarebbe pronta a introdurre nuovi dazi punitivi sulle merci cinesi.

Il secondo obiettivo riguarda un maggiore impegno della Cina per contenere le ambizioni nucleari della Corea del Nord. Il tema è spinoso: Pechino ha meno influenza di quanto si pensi sul dittatore Kim Jong-un. Se evitare una crisi regionale è nei suoi interessi, non può neanche permettersi che il regime crolli. Per questo ha applicato le sanzioni stabilite dall’Onu a metà agosto, ma si è rifiutata di porre fine alle esportazioni di petrolio a Pyongyang, ribadendo che non approverà sanzioni aggiuntive oltre a quelle decise dalle Nazioni Unite.

In cambio di accordi economici e qualche promessa sulla Corea del Nord, Xi spingerà Trump a firmare una dichiarazione amichevole comune sulla cooperazione tra i due Paesi e ribadire il principio dell’unica Cina e della coesistenza pacifica nel Mar cinese meridionale. Inoltre, chiederà a Washington di autorizzare una maggiore collaborazione tra i due Paesi in diversi settori (aviazione, aerospaziale, ingegneria, hi-tech) che permettano alla Cina di acquisire nuova tecnologia. Sul tavolo delle trattative non dovrebbero esserci i diritti umani, come la liberazione di LiuXia, moglie del defunto premio Nobel perseguitato LiuXiaobo. «America first» significa anche che gli affari vengono prima di tutto.

Francesco Leoni Grotti (Il Giornale)

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