Boldrini docet: il femminismo delle parole arriva al Comune di Milano. E i milanesi pagano le spese

Milano

Milano 27 Settembre – Oggi il femminismo combatte una battaglia veramente di grande spessore sostanziale e diventa un femminismo delle parole. Praticamente una farsa del non sense in cui si rincorrono termini stonati per rivendicare un’appartenenza di genere che è tale, secondo la dottrina Boldriniana e oggi anche secondo quella del Comune di Milano, soltanto nel rendere femminile ruoli e mansioni abitualmente detti al maschile anche se in riferimento ad una donna. Alla base di una rivoluzione culturale e linguistica di così ampio respiro devono esserci delle esigenze profonde nelle signore che la propongono: molto tempo da perdere, un’insicurezza di fondo per cui non si è donne se non si viene chiamate con appellativi al femminile, insensibilità al “suono” delle parole. Perché ministra, sindaca ecc. sono veramente stonate se si inseriscono nel linguaggio comune. Ma, soprattutto, una sprezzante volontà di spendere soldi pubblici, in un momento in cui tutto suggerirebbe un contenimento delle spese. La mozione presentata in Consiglio Comunale che impegna il Sindaco e la Giunta, propone infatti di “adeguare nel rispetto della lingua italiana tutta la modulistica amministrativa ed i provvedimenti in modo da mettere in evidenza entrambi i generi (Ad es. consigliere-consigliera, funzionario-funzionaria, direttore-direttrice ecc. ecc.) nonché la comunicazione sui siti istituzionali” Naturalmente cambiamenti che saranno fatte con i soldi dei contribuenti. E non credo che i milanesi ritengano prioritaria una rivoluzione femminista della lingua di cui nessuno sentiva la necessità.

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