“E ora sfidiamo il governo: basta bonus e dialogo sulla legge di Stabilità”

Economia e Politica

Gelmini: se il premier ci ascolta prometto confronto costruttivo.

Milano 5 Settembre – Non si parla di «soccorso azzurro », ma poco ci manca. «Se il governo mostrerà serietà nella prossima legge di Bilancio – dice l’ex ministro e vicepresidente del gruppo FI alla Camera Maria Stella Gelmini se Gentiloni presenterà una manovra che affronta in modo strutturale la questione dell’occupazione giovanile, noi siamo pronti in Parlamento a un confronto costruttivo». Ci spieghi meglio. onorevole. «La prossima legge di Stabilità, pur nel condizionamento della scadenza elettorale di primavera, dovrà affrontare alcuni dei nodi strutturali del mercato del lavoro. Ho apprezzato il fatto che il governo Gentiloni abbia posto con forza al centro del dibattito la disoccupazione giovanile. È un tema cruciale, ma è fresco il ricordo della stagione renziana, in cui di giovani ci si occupava solo in una logica di mance elettorali. Noi di Forza Italia vogliamo sfidare il governo sul terreno della ragionevolezza, del buonsenso e soprattutto della concretezza. Le misure che la legge di stabilità dovrà contenere saranno utili se saranno percepite come giuste, durature e strutturali, non come escamotage per comprare il consenso dei giovani o blandirli, come il bonus dei 500 euro. Mi auguro che il governo abbia il coraggio di uscire dalla logica dei bonus a pioggia, propagandistica, e affronti in modo serio una strategia mirata per combattere la disoccupazione giovanile».

Per adesso si parla di un nuovo bonus contributivo per le assunzioni dei giovani fino a 29 anni. Che ne pensate?

«lo vorrei avanzare una proposta diversa: quando eravamo al governo, con il ministro Sacconi abbiamo puntato molto sul contratto di apprendistato, che è il perno ancora oggi su come costruire politiche serie per l’occupazione giovanile, come del resto è in Europa. Deve diventare il contratto d’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, perché consente al giovane di conseguire un titolo di studio e di cominciare a lavorare. Non ha funzionato perché è stato gravato da costi amministrativi e fiscali. Per questo proponiamo al governo una misura shock per rendere il contratto di apprendistato efficace, con una decontribuzione totale».

Ma quanto costerebbe?

«Con 1,5 miliardi garantiremmo la decontribuzione totale sull’apprendistato per un milione di giovani. Ma il secondo passaggio importante è che poi questo bonus faccia sì che il contratto di apprendistato del giovane si possa trasformare in un contratto stabile. In che modo? Con la portabilità, la trasferibilità del bonus, che deve accompagnare il ragazzo anche quando cambia azienda. È anche una norma antielusiva, perché evita certi comportamenti di tanti imprenditori, che quando non c’è più il bonus licenziano e assumono con lo sgravio un’altra persona. Con un bonus spalmato più anni ma legato al lavoratore, a quel lavoratore partendo dall’apprendistato gli diamo più possibilità di avere continuità lavorativa. Il bonus non è più in capo al datore di lavoro, ma al lavoratore».

E se il governo accetta questa o qualcun’altra delle vostre proposte. che farete, garantirete un atteggiamento parlamentare più morbido?

«Assolutamente. Se verificheremo che il governo non ha un approccio elettoralistico e di consenso, come era ai tempi di Renzi, potrebbe essere il punto di un piano industriale e di sviluppo del paese. Mi auguro che questi mesi vedano una maturità da parte del governo, spero che Gentiloni abbia la forza di presentare una manovra con interventi strutturali, per primo sul costo del lavoro, e politiche attive per l’impiego, che sono rimaste totalmente sulla carta. Non si può continuare a parlare di reddito di cittadinanza, a proporre ai giovani una pensione di stato. Il lavoro è necessario per la dignità. E infine, bisogna ripartire da un dibattito serio su istruzione e formazione professionale fino al segmento terziario degli istituti tecnici superiori, favorendo il matching tra lavoro e impresa. Imitando la Germania e le sue lauree professionalizzanti e gli istituti tecnici superiori».

Roberto Giovannini (La Stampa)

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