I prestiti umanitari del microcredito servono ad arricchire gli scafisti.

Come fa gente poverissima a pagare migliaia di euro per il viaggio? Chi non cade in mano al racket ricorre al prestito umanitario, un sistema premiato con il Nobel che sta rovinando milioni di persone
Milano 11 Agosto – In questi mesi del 2017 sono arrivati in Italia circa 97.000 immigrati. Di questi, 8.692 provengono dal Bangladesh, ed è un fatto piuttosto curioso. Ci viene sempre ripetuto che i migranti fuggono dalla povertà, dunque viene da chiedersi come mai, in quel Paese, la miseria non sia stata ancora debellata. Non è una domanda assurda: il Bangladesh è il Paese di origine dell’uomo che aveva promesso di «far sparire la povertà», motivo per cui nel 2006 gli è stato attribuito il premio Nobel per la pace. Stiamo parlando dell’economista Muhammad Yunus, conosciuto come «Il banchiere dei poveri», il grande teorico del microcredito, il genio che nel 1983, a Dacca, ha fondato la Grameen bank. Cioè un istituto di credito che «presta denaro, a tassi bonificati, solo ai poverissimi», consentendo agli«ultimi»del «Terzomondo» di «affrancarsi dall’usura» e «prendere in mano il proprio destino». Un’idea meravigliosa, non trovate? Se solo fosse vera. Come dimostra ilnumero di migranti bengalesi, il microcredito non solo si è rivelato un fallimento a livello globale, ma è diventato, negli ultimi anni, un fattore propulsivo per l’immigrazione.

La Grameen bank è stata sostenuta economicamente dal governo americano e dalla banca mondiale, ha avuto sponsor illustri come Bill e Hillary Clinton, Bono, Bill Gates. Yunus è stato riempito di onori in ogni parte del mondo. Tuttavia, non solo la sua ricetta non ha funzionato, ma in molti casi ha peggiorato la situazione dei poveri. A dire il vero, già da qualche anno la reputazione del nostro mostra delle crepe. Nel 2011, il governo del Bangladesh lo ha estromesso dai vertici della banca, accusandolo fra l’altro di evasione fiscale. Soprattutto, però, hanno cominciato a circolare una serie di studi decisamente autorevoli che hanno messo in discussione gli effettivi benefici del finanziamento ai poveri (uno dei principali, promosso dal governo britannico, ha concluso che il microcredito è «edificato su fondamenta di sabbia»), Nel 2007, poi, in Messico è esploso uno scandalo legato al Banco Compartamos, la più grande banca di microcredito del Paese. Sono emerse violazioni, illegalità e ruberie compiute dai manager dell’istituto, e la realtà dei «prestiti ai più poveri» ha cominciato a venire a galla.

Circa 100 milioni di persone in 90 Paesi del mondo prendono denaro da istituti di microfinanza. Per lo più cosa sempre molto apprezzata dai professionisti dei buoni sentimenti -i beneficiari sono donne.

Il piano prevedeva che, con prestiti di somme anche minime, chiunque negli Stati «in via di sviluppo» potesse aprire una piccola impresa. Non è andata esattamente così. Lemicroimprese create grazie ai finanziamenti hanno una vita media piuttosto breve. Spesso – notano economisti come economista Milford Bateman e David Storey – queste imprese si divorano fra loro. I finanziamenti, infatti, contribuiscono a creare artificialmente una concorrenza spietata, una giungla in cui pochi sopravvivono.

E quando l’impresa fallisce, è il disastro. Perché il debitore non è più in grado di ripagare il debito, che continua a crescere a tassi elevatissimi. Come ha spiegato Dario Ronzoni su Linkiesta.it, si va dal 12% medio applicato in Etiopia al noss del Messico.Anche in Italia alcuni istituti arrivano intorno al 13 %, dato che si tratta di concessioni di denaro molto rischiose.

Nel 2010, in alcune zone dell’India si registrò un’epidemia di suicidi, 45 in un mese e mezzo. A uccidersi erano i debitori insolventi, su cui gli intermediari di società come Sks microfinance continuavano a fare pressione. In alcuni casi, furono gli stessi impiegati delle banche a suggerire ai microimprenditori il suicidio, perché in quel modo avrebbero potuto per lo meno salvare i loro famigliari.

Così, nel giro di qualche anno, i prestiti del microcredito, invece di servire ad aprire nuove attività, si sono ridotti a essere un modo come un altro per finanziare i consumi. C’è chi prende soldi per pagare il matrimonio dei figli, chi li richiede per far fronte alle spese quotidiane. Pensano tutti che potranno rimborsare le banche, in qualche modo, ma finiscono per intrappolarsi in una spirale di debito sempre più terrificante. Nei fatti, quindi, il microcredito si è rivelato uno strumento molto efficace per finanziarizzare la povertà e per creare ulteriore debito.

Infine, eccoci al punto nodale. Oltre a finanziare i consumi, il microcredito si è trasformato in un modo per finanziare l’emigrazione. Molte volte ci si chiede: come fanno gli immigrati a pagarsi il viaggio verso l’Europa? Beh, c’è chi viene venduto ai trafficanti, chi si procaccia il denaro con attività illecite. Tanti, però, chiedono prestiti. La sociologa Maryann Bylander studia il fenomeno dal 2013, ed è giunta a conclusioni inequivocabili. «Alcune famiglie», scrive in un lungo articolo pubblicato su Migration palicy, «utilizzano il microcredito come anticipo sulle rimesse attese da parte dei familiari all’estero; altre utilizzano prestiti per finanziare i costi dell’emigrazione. Ci sono anche prove che l’emigrazione venga utilizzata come meccanismo di copertura per gestire il debito quando le microimprese falliscono, spingendo all’estero chi ha preso il prestito, alla ricerca di migliori opportunità economiche. Queste connessioni evidenziano che il collegamento tra emigrazione e microfinanza può espandere le opportunità degli emigranti e delle loro famiglie, ma anche generare o aggravarne le vulnerabilità».

La Bylander ha esaminato a fondo il caso della Cambogia, mentre il Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione ha pubblicato nel 2013 un documentato studio sulla comunità filippina in Italia, da cui emerge che non solo gli immigrati si indebitano per partire, ma poi si indebitano ulteriormente una volta espatriati.

Gli istituti di microfinanza che forniscono servizi di questo genere sono tantissimi. Tra le istituzioni più note a livello mondiale c’è la Brac, una organizzazione non governativa con sede in Bangladesh. Sul suo sito, la Brac pubblicizza i «migratìon loan», vantandosi di aver aiutato circa 194.000 persone a partire. «Brac fornisce ai lavoratori che cercano un impiego all’estero», si legge sul Web,«mìgration loan progettati per soddisfare le esigenze di finanziamento dei lavoratori migranti in maniera gestibile e accessibile». Tutto alla luce del sole.

Brac, come altre organizzazioni, è molto attiva soprattutto in Africa (Uganda, Tanzania, Sud Sudan, Liberia, Sierra Leone) e in Asia (Filippine, Sri Lanka, Pakistan, Bangladesh), ma pure in America latina gli istituti di microcredito prosperano.

Questa è la favola del microcredito. Un sistema che avrebbe dovuto cancellare la povertà, e invece si è trasformato in meccanismo soffocante per centinaia di migliaia di persone. Che ora si riversano in Europa: finanziate da qualche Ong alla partenza, accompagnate da altre Ong all’arrivo. Il tutto, ovviamente, «per motivi umanitari» e per «salvare vite».

Francesco Borgonovo (La Verità)

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