La Centrale di Milano, una stazione dalle origini controverse.

Milano

Milano 20 Luglio – Eravamo rimasti solo in due nello scomparto: io e un vecchio dalla barba bianca, lunga ma ben curata, che mi osservava attraverso due lenti tonde e piccole sorrette da sottilissime asticelle che gli conferivano l’aspetto da intellettuale. Quando alla fermata precedente gli altri passeggeri scesero, il vecchio si sedette al mio fianco per udire meglio giacché le sue orecchie, dopo avergli reso un eccellente servizio per oltre settant’anni, come diceva lui, ora iniziavano a fare ‘le bizze’.

– Siamo quasi arrivati – disse inaspettatamente distogliendo lo sguardo da me per posarlo sul finestrino.

Mi voltai a guardare il paesaggio che scorreva alle mie spalle e notai i palazzi che si stagliavano sempre più alti e compatti mentre i binari apparivano come diramazioni di un gigantesco albero. Infine il treno rallentò e gradualmente si fermò, in attesa dell’autorizzazione a inoltrarsi nella stazione.

– Tra poco potrà ammirare la Stazione Centrale; non si tratta di una semplice stazione ferroviaria: i milanesi la annoverano tra i capolavori architettonici della città.

Alle parole del vecchio intellettuale mi alzai in piedi e mi avvicinai al finestrino per dare una prima occhiata all’encomiata stazione; notai che non era stato applicato alcun blocco, dunque ignorai il divieto, lo abbassai e mi sporsi di fuori. Inaspettatamente, una ventata dal sentore tra il metallico e l’arrugginito, tipico di tutte le stazioni, m’investì in pieno volto. Trattenni il respiro mentre le lunghe ciocche più esposte dei miei capelli color camomilla iniziarono a sollevarsi volteggiando, percosse dalla violenta raffica di vento. Pareva quasi che Milano volesse accogliermi con uno schiaffo.

Scostai i capelli lontano dal volto e cercai di mettere a fuoco la stazione che ancora appariva indistinta. Riuscii a scorgere delle grandi e scure arcate metalliche che a me sembrarono decisamente  antiestetiche: possibile che il capolavoro di cui andavano tanto fieri i milanesi consistesse semplicemente in un enorme ammasso di ferraglia?

– Si riferisce a quelle arcate? – domandai incredula ritraendo il capo per abbassarlo in direzione dell’audioleso intellettuale. Finalmente le ciocche dei miei capelli smisero di ribellarsi, ma il sentore metallico si era ormai impossessato dell’intero scomparto.

– Lo so che osservare lo spettacolo da questo punto di vista può non sembrare granché – precisò il vecchio: – certamente troverà la costruzione più interessante dall’interno. In verità può ritenersi fortunata: fino a qualche anno fa le arcate erano ricoperte dal guano dei piccioni sia all’esterno sia all’interno. Ora però devono aver escogitato qualche diavoleria per tenere lontani quei maledetti pennuti. Per fortuna. Non solo sono portatori di parassiti e malattie, ma non era uno spettacolo piacevole vedere gli escrementi dei volatili colare lungo le colonne di sostegno mentre piccole piume volteggiavano sopra le teste dei passanti. Quando poi soffiava il vento, il guano secco e polverizzato era sollevato e depositato come un sottile velo su tutta la città.

Mentre il vecchio parlava, scrutai sospettosa il cielo di fuori; poi mi affrettai a sollevare il finestrino: se non potevo impedire al vento di sollevare il guano polverizzato, almeno potevo evitare che uno di quegli immondi pennuti si intrufolasse nel nostro scomparto. Mentre il vecchio intellettuale continuava a revocare i suoi polverosi ricordi, rimasi in piedi dinanzi al finestrino chiuso per meglio presidiare quell’unica possibile via d’accesso.

– Consideri che quelle arcate sovrastano i binari della stazione fin dal 1925. A essere precisi, la costruzione della stazione era iniziata dodici anni prima; ma a causa dello scoppio della Grande Guerra, i lavori dovettero essere sospesi. Fu un grande statista italiano a riprenderne il progetto con un nuovo disegno. Grazie a lui, i lavori procedettero a ritmo sostenuto arrivando a ultimare quella che è considerata ancora oggi una delle stazioni più belle del mondo.

La struttura fu inaugurata il 15 maggio 1931, e già allora qualche piccione l’aveva eletta quale luogo ideale per l’edificazione del proprio nido, ignaro di deturpare così le arcate che si protendevano a protezione di parte della rete ferroviaria più attrezzata ed efficiente d’Europa.

– E chi sarebbe questo grande statista italiano? – chiesi voltandomi verso di lui e cercando di dismettere quell’espressione schifata al pensiero di tutti i pennuti che fin dal 1925 avevano nidificato e defecato sul miracolo ferroviario italiano.

La storia non era mai stata tra le mie materie di studio preferite, ma nessuno fino a quel momento era riuscito a farmene vergognare tanto quanto quel vecchio intellettuale. Alla mia domanda, infatti, il vecchio reagì guardandomi quasi offeso; come se fosse lui l’illustre personaggio del quale ignoravo le gloriose gesta. Dopo un lungo silenzio, che interpretai come un rimprovero, il vecchio sbottò:

– Mussolini naturalmente!

– Pensavo che Mussolini fosse da considerarsi uno tra i peggiori dittatori mai esistiti! – esclamai incredula.

– Chi vuole andare oltre la solita opinione depositata dai vincitori a discapito dei vinti – precisò il vecchio – sa che l’attività del governo di Mussolini fu un susseguirsi costante di decreti e leggi di chiare finalità sociali all’avanguardia non solo in Italia, ma addirittura nel mondo. Di quelle leggi ancora oggi i lavoratori italiani godono i privilegi; per non parlare della gran quantità di terreni bonificati, dei chilometri di strade costruite, delle nuove città edificate, dell’incremento della produzione agricola e industriale …

– … e dei chilometri di ferrovia – aggiunsi io a completamento dell’elenco.

– Già, – riprese il vecchio: – qualsiasi confronto con quanto fatto dai governi successivi risulta stridente.

Stranamente iniziavo a interessarmi ai suoi racconti; smisi dunque di presidiare il finestrino e tornai a sedermi al suo fianco:

– Davvero? Io di lui sapevo solo che ha fatto combattere una guerra mal digerita dagli italiani!

– Io ho quasi settantacinque anni, e questi fatti li ho vissuti.

Udito ciò, feci velocemente un conto approssimativo e mi accorsi che in realtà, quei fatti, non poteva averli vissuti di persona. Probabilmente si accorse che stavo effettuando dei conteggi poiché si affrettò a specificare:

– In verità non sono proprio un testimone oculare, ma sono testimone di tutte le opinioni che la gente esprimeva in merito agli eventi da poco verificatisi.

Detto ciò, il vecchio stette un attimo in silenzio; poi scosse la testa e si tolse gli occhiali.

– Se accetta il consiglio di un uomo anziano che di esperienza ne ha fatta tanta nella vita, non si fidi mai delle apparenze.

Così dicendo, appoggiò il palmo della mano libera sul dorso della mia: era fredda e un po’ rigida; quasi sobbalzai, come se a toccarmi fosse stato un cadavere. Inoltre mi si era avvicinato troppo e non con l’intento di farsi udire meglio; forse voleva avvalorare la sua presenza e offrirmi garanzia di sincerità. Incontrai il suo sguardo: sembrava compatirmi, come se fossi la vittima scontata di un mondo menzognero e pericoloso. Poi si protese ulteriormente verso di me dando l’impressione di ricercare una sorta di contato tattile, oltre che visivo. Per fortuna, a impedire ai suoi occhi di tastare i miei, intervennero i nasi di entrambi che quasi si toccarono.

Poiché l’anziano intellettuale parlava alitandomi direttamente sul volto, mi scostai; ma fu del tutto inutile: lui avanzò guadagnando lo spazio da me abbandonato.

Quella vicinanza eccessiva m’impediva di mettere bene a fuoco il suo volto e dunque anche di cogliere importantissime sfumature d’espressione. Ne risultò che, anziché fornire maggiori garanzie di sincerità, l’anziano mi mise a disagio.

….

Quando ci addentrammo sotto le arcate metalliche della stazione, notai che quell’insolita copertura possedeva un’attrattiva che da lontano non era percepibile. Salutai l’anziano compagno di viaggio, scesi dal treno, e m’incamminai con il volto sollevato in aria per mirare la volta di quell’insolito cielo di metallo.

Mentre camminavo osservando il soffitto, preparata a scansare ogni eventuale getto di guano di piccione, con un piede urtai il trolley di un viaggiatore che mi precedeva. Lui, accortosi dell’insolito contraccolpo trasmessogli dal bagaglio che si trascinava appresso come se fosse un cagnolino al guinzaglio, si voltò. Dopo aver dato un’occhiata riprovevole a me, sollevò egli stesso gli occhi verso la volta metallica per vedere cosa mi avesse distratta:

– Sembra che lei veda la stazione per la prima volta! – disse un po’ infastidito e ignorando le mille scuse che mi affrettai a porgere.

– E’ così, infatti – confermai sforzandomi a mia volta di ignorare il tono della sua voce: – questa struttura m’ispira un senso di piccolezza e impotenza.

– Se le ispira piccolezza e impotenza questa stazione, vedrà quanta gliene ispirerà tutto il resto! – esclamò lui strizzando da un lato la bocca e piegando la testa nello stesso verso.

Quando l’uomo mi distanziò, ormai la volta metallica era alle mie spalle e mi addentravo nella struttura marmorea della stazione. Solo allora ebbi la sensazione di essere giunta in una grande città. Il via vai della gente era incessante su tutti i piani. Per una persona come me, appena giunta da un piccolo paese, la Stazione Centrale di Milano costituiva da sola una piccola città. Mi avevano detto che il modo più semplice e veloce di muoversi in città era servirsi della metropolitana; ma l’idea di salire su un treno che scorreva a tutta velocità sotto gli scantinati delle case e le radici degli alberi, mi metteva inquietudine: pensai che il sottosuolo fosse luogo appropriato per i morti, non per i vivi; dunque mi diressi verso il primo taxi che vidi. Fu allora che decisi di non abbandonare la stazione senza aver dato prima un’occhiata anche al suo esterno.

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Michela Pugliese

Dal libro ‘Benvenuta a Milano, un intreccio di voyeurismo, amore, antichi castelli e vie d’acqua’ di Michela Pugliese.

Sito: gocciadinchiostro.wordpress.com

 

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