Qual è il prezzo di una vita non voluta?

Cronaca

Milano 19 Luglio – La storia che sto per raccontare merita un presupposto. Le operazioni devono raggiungere il proprio scopo. Lo scopo delle operazioni può variare. Tra i tanti ammessi per legge nel nostro paese c’è la soppressione e conseguente estirpazione del feto, detto anche aborto. Quando questo non avviene si ha diritto ad un risarcimento. Qui, per rispetto alla linea editoriale, non si discuterà della liceità di questa pratica. Ma delle conseguenze e delle implicazioni di un singolo caso limite, che, ad avviso di chi scrive, si colloca tra l’allucinante e lo sconfortante.

La donna, 30 anni al momento del fatto, va in clinica per abortire. Le motivazioni sono di due tipi. Soffre di Chron ed ha una situazione complicata e familiare. Per l’articolo di Repubblica questa patologia “metterebbe a rischio madre e figlio”. Ed è incontestabilmente vero. Anche se, forse, la presentazione della cosa è un tantino fuorviante. Il morbo di Chron è una patologia cronica infiammatoria intestinale. Si può presentare in molte forme. Provoca, tra l’altro, stipsi, diarrea, sanguinamento. Talvolta occlusioni intestinali. Si tratta con corticosteroidi, talvolta immunodepressori. Quindi, effettivamente, in caso di un acutizzarsi della malattia la madre, non potendosi curare, avrebbe potuto rischiare. Rischiare un ricovero. Il rischio di decesso era presente, per carità. Almeno in teoria. Ed il bimbo, come in tutte le patologie autoimmuni era a rischio… aborto. Ma non approfondiamo. In ogni caso il Chron non è la SLA, non è un tumore e non è una patologia immediatamente letale, nella maggior parte dei casi.

Quindi, il motivo fondamentale era quello sociale. Non poteva mantenere il figlio in quanto precaria e con un padre che è fuggito dalle proprie responsabilità. L’aborto fallisce. È raro, ma qualche bambino è più forte persino delle congiunture economiche. Un mese dopo il fallito trattamento la signora si accorge di essere ancora incinta. Ancora nel senso che non ha mai smesso di esserlo. La gravidanza termina ed il bambino nasce. Lei fa causa. Chiedendo 200 mila euro. Questa la storia. Ora le riflessioni.

Quando questa signora guarda negli occhi suo figlio, perché suppongo che lo stia crescendo lei, riesce a quantificare economicamente il fatto di non vedere l’orizzonte? Sono sinceramente incuriosito. Se il bambino sparisse domattina, per magia, lei chiederebbe di meno? Perché sicuramente un danno lo ha avuto. Ma se potessimo alleviarlo eliminando dalla narrazione il bimbo, lei si sentirebbe in parte ristorata? Quando ha detto la prima parola, non sentirla avrebbe alleviato la sofferenza che oggi chiede sia liquidata? Quando ha fatto il primo passo verso di lei, se la direzione fosse stata opposta e contraria, si sarebbe sentita meglio? Io, al di là del piano legale queste domande gliele farei. Senza polemiche. Solo per sapere, al corrente di valore di mercato, quanto sia quotata una vita non voluta.

 

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