«Oggi la lotta al terrorismo può passare anche dal disegno di un bambino». Parla Cicciamarra della Digos

Politica

Milano 9 Aprile – «La vera differenza è che oggi non si può tralasciare nessuna segnalazione, neppure quella minima, o che appare inconsistente», riflette il dirigente della Digos, Claudio Ciccimarra. Esempio: «Una maestra racconta che un bambino, alla richiesta di disegnare il papà, lo ha ritratto con un fucile in mano. Ecco, dobbiamo capire chi è quell’uomo, chi frequenta, se si è radicalizzato». Nelle stanze al terzo piano di via Fatebenefratelli, a partire dagli anni Novanta, sono state chiuse inchieste che hanno fatto la storia del contrasto al terrorismo islamista in Italia. La nascita e la recente evoluzione dell’Isis «hanno cambiato tutto». Ha dunque a che fare anche con l’attentato di ieri a Stoccolma l’analisi del dirigente della Digos, che il Corriere ha chiesto in occasione del 165esimo anniversario della fondazione della polizia, che sarà celebrato lunedì alle 18.30 in piazza Gae Aulenti.

Come è cambiato il vostro lavoro? 
«Nell’epoca di Al Qaeda si lavorava molto sul territorio, perché c’erano luoghi fisici di radicalizzazione, a partire dalle moschee (che ora non lo sono più), e figure di riferimento, imam radicali o ex combattenti tornati dalla Bosnia o dall’Afghanistan».

È vero che oggi avviene tutto in Rete? 
«Non del tutto, ma sul web lavoriamo moltissimo, con l’evidente complicazione che si tratta di un “territorio” immenso. Chi si radicalizza in Rete poi non ha bisogno di una guida o di un supporto per passare all’azione. L’obiettivo è dunque intercettare i segnali in anticipo».

Quante segnalazioni avete? 
«Tantissime, a ritmo costante, quasi quotidiano. Si va dal dubbio di una maestra, come dicevo, a un’intercettazione, a un alert da una polizia straniera. Su ogni segnale facciamo accertamenti approfonditi, nulla si può sottovalutare. E questo rende il lavoro molto più dispersivo».

Avete nuovi strumenti? 
«In Italia ne abbiamo due, fondamentali. Da una parte, le intercettazioni preventive; dall’altra, le espulsioni, che permettono di allontanare persone che hanno un alto profilo di pericolosità, ma sulle quali non ci sarebbero elementi per sostenere un processo».

Il lavoro sul territorio serve ancora? 
«È fondamentale anche in questo nuovo scenario. Alla presenza delle Volanti, dei commissariati e delle altre forze, come Digos facciamo controlli specifici su bar, phone center, luoghi di partenza».

Che rischi presentano i «foreign fighters»? 
«Chi è andato a combattere potrebbe rientrare, va monitorato. Su molti soggetti che si sono unite all’Isis abbiamo chiuso indagini. Non sono inchieste “a vuoto”: anche se le persone sono lontane dall’Italia, quei mandati di arresto potrebbero rivelarsi strumenti di intervento immediato se decideranno di tornare».

Qual è la situazione con i movimenti «interni»? 
«Le organizzazioni di destra, da Forza Nuova, a Casa Pound, a Lealtà e Azione, negli ultimi tempi stanno guadagnando spazi politici, con l’apertura di nuove sedi. Il movimento antagonista è stato un po’ disgregato, ma sull’antifascismo si potrebbe ricompattare. Anche in quest’ambito, vanno seguiti i pur minimi segnali, perché le dinamiche di tensione possono avere accelerazioni improvvise».

Gianni Santucci (Corriere)

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