Del Debbio, l’etica ed il mercato: storia di un grande equivoco

Attualità

Ieri sera, al Palazzo delle Stelline, Del Debbio ha presentato il suo ultimo libro. Questa la quarta di copertina: È diffusa la convinzione che all’origine dei problemi economici di questi anni ci sia una generale mancanza di principi etici, che dovrebbero invece orientare le dinamiche e gli scopi del mercato. Per porre fine al disordine sarebbe quindi sufficiente ripristinare la funzione originaria che, secondo tale visione, esso dovrebbe svolgere: il perseguimento del bene comune. Così esposto, il ragionamento sembra fondato e persino scontato. La realtà è ben diversa. Come dimostra Paolo Del Debbio in questo libro, basta porsi alcune semplici domande per far emergere le molte contraddizioni che si nascondono dietro un’apparente e seducente ovvietà. I disastri finanziari, l’assenza di un accordo sulla gestione dell’emergenza ambientale e di interventi efficaci nella lotta alla povertà sono frutto dei meccanismi perversi del mercato o forse dell’inadeguatezza dei pubblici poteri? A un’attenta osservazione il richiamo all’etica si rivela infatti un alibi per coprire le responsabilità di chi non compie il proprio dovere.

Cioè la politica. Che dovrebbe fare quello che il mercato non fa. Cioè redistribuire la ricchezza a chi ne ha bisogno. Perché, secondo l’autore, il mercato risponde alla domanda e non ai bisogni. Ecco, questo è il primo, enorme e devastante equivoco. Il libro è godibile, profondo e ben scritto, ma ha un problema vecchio di un paio di secoli ed originatosi con gli economisti classici. Brava gente, ma con un grosso problema: la tendenza a descrivere un uomo che non esiste, l’homo oeconomicus, ed un mondo che non esiste, quello in cui questo essere mitologico massimizza il profitto. Lo spiegava molto bene Von Mises, economista Austriaco, quando introduceva la sua teoria economica, la prasseologia: l’uomo, quello vero, è un essere estremamente e pieno di variabili. E sommarne un numero indefinito non elimina le variabili individuali rendendole irrilevanti. Questo fa sì che, nel mercato, la gente magari possa davvero voler massimizzare il proprio profitto. Ma non è detto che il contenuto del “profitto” sia esclusivamente economico. De Debbio cita i prodotti equi e solidali, dicendo che, qualcuno nel mercato, magari, rinuncia ad un guadagno materiale, ma sono troppo pochi per mantenere tutti. E sbaglia tre volte. 1. Non stanno rinunciando a nulla, semplicemente, con il caffè, vogliono anche un modello di mondo attaccato, per cui sono disposti a pagare. Ha ragione l’autore quando dice che il mercato soddisfa la domanda, non i bisogno. Perché domanda e bisogno coincidono a livello soggettivo, ma se introduciamo un livello oggettivo il legame si rompe. Quindi, il mercato non soddisfa quelli che per gli economisti sono i bisogni. Tutto qua. Soddisfa solo i bisogni reali dei consumatori. 2. Non sono troppo pochi. Non sappiamo né quanti siano, né quanti ce ne siano, proprio perché il mercato non è libero. Semmai lo vedremo, questo mercato libero, lo scopriremo. 3. Qui è sottinteso, altrove è esplicitato, per questo motivo bisogna che qualcuno da fuori intervenga a riequilibrare. Ma anche no. Questo è il perno del liberalismo classico: se da fuori metti le mani, forzi dei meccanismi delicatissimi. E non risolvi nulla, sul lungo periodo. Infatti, per esistere, il Keynesianesimo postula che nel lungo periodo saremo tutti morti. Tutti, ma non i nostri figli. E loro avranno il conto da pagare…

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