Il brutalismo a Milano e l’istituto Marchiondi

Milano

Milano 17 Gennaio – Una delle caratteristiche più interessanti di Milano e, forse, una delle sue più grandi ricchezze culturali, tra le tante, è quella di presentare una notevole varietà di stili architettonici di tutte le epoche: in particolare, è molto ben rappresentato il ventesimo secolo, con numerosi esempi un po’ di tutte le tendenze susseguitesi negli anni, spesso, però sparsi e quasi “nascosti” negli angoli più impensati della città.

Così, per esempio, spingendosi fino al periferico quartiere di Baggio, a nord ovest rispetto al centro e oggi compreso nel cosiddetto “Municipio 7”, si può ammirare quello che viene considerato dagli studiosi come uno dei più importanti esempi al mondo di brutalismo, nota corrente architettonica novecentesca.

Anche se alla maggior parte dei milanesi il nome dirà poco o nulla, l’importante vestigia è l’ultima sede dell’istituto Marchiondi, meglio noto come “i corrigendi” di Milano, cioè quell’antica istituzione che si occupava dell’accompagnamento e dell’educazione dei ragazzi “difficili”.

L’istituto Marchiondi, poi Marchiondi Spagliardi, venne fondato nel XIX sec. con la finalità non solo di “trattenere” i minori difficili, ma anche di fornire loro, e ai figli provenienti di famiglie disagiate, un minimo di formazione scolastica e professionale.

Molti furono gli ospiti del Marchiondi, compreso il famoso pittore Segantini.

 

La sede originaria si trovava in corrispondenza dell’attuale civico ventisei di via Quadronno, quindi in una zona che oggi è elegante e residenziale, ma di essa non resta più nulla, quel che era sopravvissuto ai bombardamenti che straziarono Milano durante la seconda guerra mondiale fu raso al suolo: rimane solo il toponimo “Via Marchiondi” a poca distanza, una breve strada senza uscita che inizia da Piazza Cardinale Ferrari e costeggia un’ala dell’Ospedale Pini.

 

A partire dal 1952, si deliberò, quindi, di realizzare una nuova sede per il Marchiondi, e la progettazione venne affidata al famoso architetto Vittoriano Viganò, allievo di Giò Ponti, il quale si stava dedicando allo studio dell’uso dei materiali poveri nonché ai rapporti tra spazi aperti e città, in modo da realizzare un’estetica anti elegante e “non finita” in contrapposizione alla cultura borghese.

Viganò volle concepire la nuova sede del Marchiondi secondo criteri innovativi, concordati con la dirigenza dell’istituto (che, a differenza di altri istituti analoghi, si stava dotando di una equipe pedagogica e psicologica), che non prevedevano sbarre, ma spazi comunicanti e aperti idonei a favorire la socializzazione democratica degli ospiti. L’obiettivo era di costruire non una prigione, ma una “scuola di vita”.

Dal punto di vista architettonico, Viganò fece ampio uso del cemento “a vista”, nudo, non rifinito, cercando di esaltarne le qualità e la capacità espressiva, secondo la tendenza in voga in quegli anni e definita “brutalismo”. Quest’ultima espressione deriva da “béton brut”, cemento armato, il quale caratterizza la famosa “Unitè d’Abitation” di Marsiglia dell’altrettanto famoso architetto svizzero Le Corbusier, secondo il quale non sarebbe esistita una sostanziale distinzione tra unità architettura e urbanistica e, quindi, la singola unità di abitazione sarebbe stata solo ed esclusivamente una componente dell’intero quartiere.

Negli anni ’50 del novecento questa tendenza alla valorizzazione della forza espressiva del cemento non rifinito, con tutte le relative implicazioni simboliche ed etiche, divenne una vera e propria corrente architettonica, in cui si utilizzava la materia prima a vista, capace di evidenziare e sottolineare la forza delle nervature.

A Milano, un importante esempio di architettura brutalista è la famosissima (e discussa) Torre Velasca, in pieno centro, ma quello, pur sconosciuto agli stessi meneghini, che viene considerato il capolavoro italiano di questo stile architettonico è proprio l’edificio che fu concepito a partire dal 1952 (ed inaugurato nel 1957) per l’istituto Marchiondi dall’architetto Viganò. Di tale costruzione, addirittura, giusto per capirne l’importanza ed il valore dal punto di vista architettonico, esiste perfino un plastico al celeberrimo MOMA di New York.

Purtroppo, però, a Milano non solo è pressoché sconosciuto, ma, dopo la chiusura avvenuta nel 1970, non ha mai ricevuto alcuna altra destinazione, così, nonostante si siano susseguiti nel corso degli anni numerosi progetti di riqualificazione (nessuno però giunto a conclusione), lo storico edificio è diventato rifugio per sbandati e versa in condizioni di triste degrado.

Così, ora, nella speranza che, nel frattempo, si trovino idee e fondi per ridare all’ormai ex Istituto Marchiondi la dignità che il suo valore architettonico riconosciuto a livello mondiale meriterebbe, i milanesi ben farebbero a spingersi fino all’estrema periferia del quartiere di Baggio, oltre il deposito atm, l’ospedale militare e perfino quella Chiesa in cui, ironicamente, si mandava la gente “a suonar l’organo”, per ammirare, proprio a ridosso della tangenziale ovest, in via Noale, un’opera conosciuta a New York, ma per nulla valorizzata nella sua Milano.

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Alessandro Barra

2 thoughts on “Il brutalismo a Milano e l’istituto Marchiondi

  1. Grazie per la bellissima ricostruzione, che dovrebbe essere resa ancor più pubblica e portata a conoscenza della amministrazione comunale per far sì che questa vergognosa ferita di milano venga al più presto curata e rimarginata

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